Dall’epidemia, una nuova prospettiva

Stiamo vivendo un tempo che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare e che ci immerge nell’atmosfera un po’ surreale di uno di quei film catastrofici che abbiamo visto in TV. Ed effettivamente, tantissime cose stanno avendo una svolta, forse irreversibile. La morte e la sofferenza di tante persone atterriscono e addolorano, eppure mi pare di intravedere in quello che sta accadendo la prospettiva di un cambiamento positivo che per certi aspetti sarà per forza tale.

Una volta usciti, stanchi e un po’ esauriti, da questa clausura forzata, troveremo probabilmente condizioni di vita un po’ più difficili, a livello economico; questa spada di Damocle che ci è calata sulla testa, però, può essere vista anche come un provvidenziale stop ad una cieca frenesia che ci stava conducendo velocemente verso il baratro, un proficuo rimescolare le carte che forse cambierà le regole del gioco. Poi starà a noi sfruttarle fino in fondo, imparando le lezioni che questa impasse ci sta insegnando.

Quali? Ad esempio, la necessità di “depurarci” da un consumismo ossessivo che nei grandi centri salta ancora più agli occhi, riscoprendo ciò che davvero conta e che spesso abbiamo già a portata di mano.

Forse, “dopo” non vorremo più rinunciare tanto facilmente al silenzio, all’aria più pulita e ai profumi della natura che adesso si possono miracolosamente sentire anche in città. Forse desidereremo mantenere un passo più lento, ascoltando i nostri ritmi in rapporto alle cose essenziali, che prima non c’era quasi il tempo di gustare. Magari, tra una cosa e l’altra, cominceremo a soffermarci più spesso, per riprendere contatto con noi stessi e chi vive con noi, rendendoci conto che l’interdipendenza gli uni dagli altri non è retorica ma realtà tangibile…

La quiete che avvolge oggi l’ambiente cittadino strizzato da palazzi e negozi, per quanto insolita, la sento comunque più “normale” del chiasso continuo. Temo sarà un po’ un trauma per me risentire il sapore acre dell’aria carica di smog, ora che ha lasciato il posto ai canti degli uccelli e alle fragranze primaverili che mutano di giorno in giorno. Come abbiamo potuto stare senza tutto questo?

È questa la domanda che mi faccio io: ci rendiamo conto di come vivevamo?

Le restrizioni forzate non sono mai positive, ovvio, ma a volte possono aiutare a togliere un superfluo talmente radicato da non essere più colto come tale: oggetti, ma anche occupazioni, di cui ci attorniamo e di cui pensiamo di avere bisogno, spingendoci ad un consumismo ininterrotto che comporta, come sappiamo, una produzione mastodontica di rifiuti che sta danneggiando sempre più il pianeta, e quindi noi stessi.

Adesso, in tutti questi giorni chiusi in casa, forse in molti ci saremo resi conto di quante cose di troppo possediamo e di che spreco di risorse, anche in termini di tempo ed energia, questo comporti.

Anche per questo, io spero che questa temporanea, sana astensione dalla frenesia odierna ci aiuti tutti ad essere più lucidi, più consapevoli di quel che accade dentro di noi e intorno a noi, e della nostra influenza su tutto ciò che ci circonda.

Quanto ci manca il contatto con la Natura?…

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