Le magie del Rosengarten

Spiriti Liberi info Le magie del Rosengarten Catinaccio escursioni itinerari e luoghiCi sono valli alpine che svelano i propri tesori al primo sguardo, togliendo subito il fiato, ed altre che li serbano ad occhi più pazienti, in un susseguirsi di sorprese inaspettate.

La Valle di Tires, così ripida nella sua stretta incisione fluviale, dà tuttavia una sensazione di grande stabilità, con le rade e ben curate case, le fattorie, la piazzetta graziosa e ben illuminata e i moderni alberghi che la arricchiscono senza stravolgerla.

Anche qui, tutto procede con l’equilibrio apparentemente perfetto tipico delle località altoatesine.

Il silenzio profondo che si osserva in parecchie ore della giornata trasporta in un’atmosfera che sembra sospesa e che per noi, abitanti del chiasso cittadino, pare quasi irreale.

Il lago di Wuhnleger

Appena arrivati, è d’obbligo sgranchirsi le gambe con un bel giretto nei dintorni; imboccando il sentiero n. 4, nelle vicinanze della chiesa parrocchiale, si sale a San Sebastiano (un’oretta di cammino) e si arriva poco dopo al laghetto di Wuhnleger, popolato da variopinte libellule, dal quale si gode una vista stupenda e piena del mitico gruppo del Catinaccio, altrimenti detto Rosengarten (ovvero “il giardino di Re Laurino”).

Volendo si può proseguire fino al Rifugio Tschafon (1h15) e poi salire a cima Volsegg (altri 20’).

Date le condizioni meteo poco promettenti, decidiamo di rientrare; recupereremo l’indomani con una bellissima escursione al lago di Carezza.

Rosengarten Catinaccio

Il lago di Carezza

Famoso in tutto il mondo per la sua immagine davvero fiabesca, il lago di Carezza deriva il suo nome da una famiglia di piante – le Caricacee – che popolano le sue sponde ma esiste anche una leggenda che spiega l’origine del suo aspetto..

Sembra che nelle sue acque vivesse una sirenetta (nei periodi più freddi dell’anno è ancora possibile scorgerla) della quale si era innamorato uno stregone. Questi, pur di riuscire a conquistarla, chiese aiuto ad una strega, che gli suggerì di travestirsi da venditore di gioielli e di stendere un arcobaleno di brillanti dal Catinaccio al Latemar. Questo avrebbe dovuto attirarla, e così accadde: di fronte a quel meraviglioso tappeto di colori, la sirenetta sbucò fuori ma riconoscendo il mago, che aveva dimenticato di camuffarsi, si inabissò nell’acqua. Lo stregone, infuriato, strappò arcobaleno e gioielli dal cielo scaraventandoli nel lago, dove tuttora sono ben visibili…

Avvicinabile solo nei limiti dello steccato, il bel verde smeraldo del lago, con le immagini riflesse degli abeti e delle vette, incanta lo sguardo e merita di essere ammirato da tutte le angolazioni.

Arrivando alla mattina presto, possiamo goderne facendo foto completamente indisturbati, godendo lo spettacolo dei raggi di sole che via via ne cambiano i colori.

Le magie del Rosengarten CatinaccioIl Latemar

La foresta del Latemar in cui il lago è immerso merita senz’altro di essere scoperta. E’ composta perlopiù da abeti bianchi e rossi che, con il loro ampio spettro di suoni e timbri, hanno offerto per secoli il loro legno a strumenti musicali come il violino.

Nel sottopassaggio tra il parcheggio e il lago, è allestito un simpatico modo per sperimentare e udire la voce del cosidetto ”abete di risonanza”.

Un labirinto tra le rocce

Tornando al sentiero nel bosco, seguendo le indicazioni per il laghetto di mezzo (sentiero 12), raggiungiamo anche la radura di mezzo (11), avvicinandoci sempre più al massiccio del Latemar, fino a che i prati finiscono e comincia il “labirinto”: un suggestivo percorso tra le rocce, perlopiù magmatiche, che corre quasi alla base della montagna. Tra questi passaggi così suggestivi, incappiamo ad ogni passo in molte pietre diverse: geoidi, tufi basaltici, fossili di corallo, quarzi..

Era quasi inevitabile: qui ci troviamo nell’area 7 del sistema Dolomiti Unesco, caratterizzata da una grande varietà di rocce per le quali il Latemar può essere considerato un atollo fossile.

Le magie del Rosengarten Catinaccio

Discendiamo con calma ammirando ogni scorcio e lasciandoci riabbracciare dalla foresta del Latemar e dalla sua magica atmosfera.

La diga del Vajont: lo spettacolo di una catastrofe

E’ da tempo che vorrei tornare in questa zona, vista quasi di sfuggita nelle occasioni precedenti ma che mi ha lasciato, per quel poco che ho visto, del tutto affascinata e soprattutto molto invogliata a scoprirla di più. In realtà, forse è proprio il fatto che un luogo ci sia piaciuto molto, a prescindere da quanto ne abbiamo visto, a lasciarci la sensazione di non averne avuto abbastanza, un po’ come l’inesauribile nostalgia di tempi felici eppure pienamente vissuti…
Dopo aver attirato anche il mio compagno nella mia intenzione di tornare nelle Dolomiti Friulane, richiamo velocemente alla memoria un paio di tappe appetibili in zona e partiamo così alla volta di Cimolais. Il Campanile di Val Montanaia, arrampicato diversi anni prima in giornata e situato proprio in una valle laterale della val Cimoliana, mi è improvvisamente tornato alla memoria: questo spettacolare spuntone dolomitico, dalla sagoma imponente, mai mi apparve più inafferrabile come alla fine del sentiero di avvicinamento, che tuttavia portò me e i miei compagni di cordata a scalarlo.
Mi sovviene così anche il ricordo della diga del Vajont, nella stessa zona, a cui il mio amato vorrebbe dare un’occhiata.

La diga, rimasta pressoché intatta, è divenuta tristemente famosa non solo per la catastrofe avvenuta quando un versante del monte Toc franò nel bacino omonimo, provocando la gigantesca onda d’acqua che riversandosi a valle causò la morte di 2.000 persone, ma anche come caso di studio geologico.
Non c’è possibilità di parcheggio al di fuori degli spazi a pagamento per cui decidiamo che la nostra occhiata sarà ancora più veloce del previsto. L’atmosfera, per quanto ci siano intorno solo turisti, è un po’ desolata.
Dopo pochi passi nel piccolo piazzale, attrezzato con punto di ristoro e qualche bancarella che vende libri e documenti sulla tragedia, ci accorgiamo delle bandierine tibetane fissate lungo il perimetro. La loro visione, con i colori vivaci che si agitano al vento, regala una nota di allegria. Subito dopo però la lugubre scoperta: su ciascuna di esse sono riportati il nome e l’età di bambini deceduti; inorriditi, ne guardiamo alcune, notando il gran numero di bandierine utilizzate… purtroppo, nella catastrofe del 9 ottobre del 1963, morirono 487 bambini e ragazzi sotto i 15 anni.
Ci avviciniamo poi all’ingresso alla diga, pensando sia libero come al tempo in cui mi ci recai io la prima volta: “Questa diga di morti ne ha fatti già abbastanza per cui ora la si può percorrere solo con la guida”, ci comunica gentilmente il ragazzo accanto al cancelletto, anticipando le nostre domande. Da quanto ci racconta, sembra che ci siano stati un paio di suicidi nei dintorni, e per motivi di sicurezza ora l’accesso è regolamentato. Persone non indigene, che provenivano anche da regioni piuttosto lontane. Ma perché recarsi proprio lì per farla finita?
Un’intuizione si collega alla sensazione provata appena scesa: un luogo in cui sembra essersi congelata la morte, mantenuta da un’evocazione continua.
La guida ci invita a fare qualche passo avanti verso la diga, fin dove possiamo arrivare senza superare l’ingresso, e così scorgo in lontananza alcune persone in visita: turisti, qualche ragazzo saltellante e giovani imbragati (poco distante è stata attrezzata anche una via ferrata).
Sembra si tratti a tutti gli effetti di un’attrazione turistica, anche se il solo pensarlo appare orribile.
Mi auguro possa risultare davvero utile, come monito ai valori universali, il richiamare così fortemente alla memoria una catastrofe che ha portato tanto orrore in una vallata tuttora pulsante.
Forse accennava a questo l’espressione “(…) gli sciacalli del Vajont (…)” scritta su un muro della vecchia Erto.
Osservo la natura scombussolata lì intorno, che da allora non ha mai smesso di rinverdire e prendersi nuovo spazio.