Escursione primaverile in Val Liona, nel cuore dei Monti Berici

Domenica 20 maggio, a partire dalla mattina, percorreremo suggestivi sentieri tra boschi di carpini, roverelle e ginepri, scoprendo vecchie fontane e godendo di vedute mozzafiato sulla Val Liona, in un paesaggio tuttora testimone dell’antica armonia uomo-natura.

L’escursione è costituita da un emozionante giro ad anello che partendo dal paese di San Germano dei Berici sale ai Monti Faeo e Lupia addentrandosi nella vegetazione, ora fitta ora rada, dei Monti Berici, toccando così molti punti di interesse paesaggistico e storico-antropico.
Aggirandoci tra antiche Fontane, “buse” d’acqua, contrade e costruzioni a secco – dette “casotti” – sempre accompagnati dall’incantevole presenza di svariate essenze (bagolaro, roverella, carpino nero, albero di giuda e molte altre), perverremo, prima di scendere a valle, ad una magnifica visione sulla Val Liona verso sud.

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***Caratteristiche tecniche del percorso***
Lunghezza: 13 km circa
Durata: 7 ore circa
Difficoltà: E
Partenza: ritrovo in piazza della Pace (parcheggio) a San Germano dei Berici (Vicenza) alle 9:30 oppure alle 8:30 al parcheggio E33 di San Martino Buon Albergo (Verona).

Escursione che richiede un minimo di allenamento. Per le caratteristiche del percorso non è possibile utilizzare passeggini. Equipaggiamento consigliato: pedule, scarponi o scarpe da ginnastica da trail.
Da portare con sé: acqua, pranzo a sacco, crema solare, copricapo, impermeabile leggero con cappuccio, felpa. Chi vuole può usare i propri bastoncini da nordic walking.
Per informazioni e iscrizioni, 375.610.42.67 (anche whatsapp).
L’escursione sarà effettuata al raggiungimento del numero minimo di partecipanti (10 persone).
Costi: 10 € adulti, 4 € bambini fino a 12 anni.
Vi aspetto!

I pompieri della montagna

Non sapevo esistesse questa categoria di operatori, almeno fino a lunedì di Pasquetta quando nei dintorni del Monte Paglione, in Val Veddasca, io e altre persone ci siamo imbattuti in ettari ed ettari di terreno bruciato. Un incendio, scoppiato la vigilia di Pasqua, ha trasformato la sommità e molta parte dei fianchi di questa montagna nella superficie di un vulcano, con grovigli di vegetazione annerita.
Un gruppetto di persone in giacca rossa se ne sta ritto sulla sommità del monte con attrezzature varie, mentre un altro, badili in spalla, scende lungo il nostro sentiero di salita.
“Com’è successo?” – chiediamo. Le risposte non si fanno attendere perché i volontari, lì dalla mattina presto, sono comunque gentili e disponibili a parlare; forse un mozzicone di sigaretta ha innescato tutto…facile, in tanta vegetazione secca da tempo. E la pioggia non sembra prevista per almeno altri 15-20 giorni, mentre il vento intenso non ha certo aiutato.
Gli uomini in loco setacciano il terreno per domare eventuali altri focolai che a volte, insidiosamente, attecchiscono alle radici che, come ci raccontano, potrebbero propagare il fuoco sotterraneamente per farlo divampare anche ad un centinaio di metri di distanza. Incredibile!
Anche una piccola brace sfuggita nella cenere in un secchio rovesciato dal vento può portare alle stesse, drammatiche conseguenze… Viene da chiedersi se sappiamo quello che facciamo. Forse dovremmo essere un po’ più presenti ai gesti che compiamo, sapere come incidono su quanto ci circonda. Non guasterebbe a nessuno un po’ di “educazione ambientale” per acquisire quegli accorgimenti a cui per ignoranza, spesso in buona fede, non si fa attenzione ma che in determinate circostanze sono fondamentali.
L’elicottero e il canadair fanno la spola con una perseveranza che ci lascia stupiti ed ammirati al tempo stesso: quanto zelo, coraggio e abilità in operazioni così rischiose! Osserviamo un attimo le evoluzioni dell’elicottero che sgancia l’acqua e si avvicina poi al lago per farne nuova scorta, tornare indietro e di nuovo bagnare dove serve.

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Foto di Daniela Minoggio

Tutte le persone che hanno lavorato qui (e a distanza) in questi giorni di festa – penso tra me e me – meriterebbero perlomeno un applauso una volta scese a valle; la mia impressione è non ci si renda conto di quanto sia impegnativo cercare di porre rimedio ad un gesto inconsulto, a meno che non lo si veda con i propri occhi.
Nel marasma di informazioni in cui ci immergiamo quotidianamente ci lasciamo troppo spesso sfuggire il contatto con il presente a livello concreto, tangibile, quando basterebbe il più delle volte osservarsi attorno per imparare e capire come funziona…il tutto attorno a noi.
Mi viene in mente un concetto espresso in varie forme da diversi autori: la vita è un continuo togliere ciò che è in più. Un togliere per lasciar emergere quello che conta o, come dice Mauro Corona, per vedere quello che c’è.

Ali nel buio

Finalmente, dopo varie occasioni mancate, ho l’opportunità di avere un incontro ravvicinato con animaletti normalmente poco abbordabili: i chirotteri, meglio noti come pipistrelli.

Questa sera, infatti, potrò assistere ad operazioni di cattura volte allo studio della specie: l’incontro comprenderà quindi anche un assaggio di vera ricerca scientifica.

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Trattandosi di animali selvatici protetti dalla legge, fondamentali per il mantenimento di molti ecosistemi in tutto il mondo, i pipistrelli sono oggetto di studi e monitoraggi continui. Con più di 1300 specie, sono gli unici mammiferi in grado di volare (chirottero significa infatti “mano alata”).

Pur essendo in grado di adattarsi ad una grande varietà di ambienti, sono purtroppo minacciati da degrado ambientale, pesticidi e intolleranza umana. Per questo motivo, molte istituzioni e associazioni fanno opera di divulgazione ed educazione su di loro.

Anche Andrea Pereswiet-Soltan, dottore al Departement of Paleozoology dell’Università di Wrocław (Polonia), persegue questo scopo, coadiuvando anche il Centro Educazione e Ricerca Chirotteri del Veneto.

L’appuntamento è sul far della sera in uno degli ambienti eletti a rifugio da questi animali: le grotte. Verso le 20 ci troviamo quindi già all’interno di una piccola cavità della Lessinia, dove avviene il posizionamento degli strumenti utili allo studio sui pipistrelli, che a quest’ora cominciano a volar fuori alla ricerca di cibo.

Una rete lieve come una ragnatela viene posizionata in prossimità dell’uscita, in attesa del loro arrivo. Dopo pochi istanti al buio, ecco udirsi, appena percettibile, l’atterraggio forzato dei silenziosi ospiti.

Posso così osservarli da vicino mentre mani esperte li liberano dalla rete, afferrandoli per la collottola proprio come dei gattini. Il pelo che ne ricopre il busto è morbidissimo, quasi impalpabile, mentre le ali appaiono fragilissime: sono costituite da un sottile strato di pelle.  Guardandoli in movimento, anche se limitato, noto la perfezione della loro natura, la meraviglia della struttura fisica, con la mano alata che l’evoluzione ha loro regalato.

Nell’espressione del musetto, tutta l’innocenza del mondo animale, incaponito a vivere e lottare pur non capendo quanto gli accade.

Nel giro di circa un’ora, vengono catturati più di venti esemplari. Delicatamente sbrogliati dai fili, vengono poi adagiati uno ad uno nei rispettivi sacchettini, in attesa di essere esaminati e liberati. Spiriti liberi Carlo Rebonato ReCaP

Durante la “visita”, viene valutato anche lo stato di salute dei piccoli animali, pesati e misurati in alcune parti del corpo.
Man mano che li osservo, si fa strada un sentimento di tenerezza verso animali a volte così sbrigativamente demonizzati (vampiri?), stereotipati (non si attaccano ai capelli) o bollati come “brutti”: basterebbe saperli vedere.
Vi invito quindi ad informarvi correttamente, ad esempio qui, evitando in generale di dare credito a fonti incerte o a notiziole che appaiono anche sui social network: il mondo è altro!
E vale la pena conoscerlo davvero. 😉

NB: Le ricerche citate in questo post sono state effettuate con i permessi di ISPRA, Ministero dell’ambiente, Regione Veneto e Parco della Lessinia.

 

Camminata sulle colline veronesi: Avesa e i suoi angoli preziosi

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Si tratta di un’interessante camminata – di livello escursionistico facile – nei dintorni verdi del delizioso borgo di Avesa, appena fuori dalla città di Verona.

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Dopo un breve tratto su strada asfaltata (ma ben poco trafficata) in paese, ci inoltreremo nella vegetazione lungo un sentiero sassoso, all’ombra di cipressi, ulivi, scotani ed edere.

Tra le sorprese che ci riserva il Monte Ongarine, scopriremo come la bellezza del luogo, con le sue acque (tra cui la risorgiva Lorì) e le sue rocce (prevalentemente sedimentarie), si è intrecciata alla vita dell’uomo, diventando protagonista di eventi forti e mestieri pittoreschi. Da scoprire insieme…

Avventure in grotta: la Rana sempre diversa

La grotta del Buso della Rana, per l’ennesima volta e sicuramente per tutte quelle a venire, non smette di sorprendere, deliziare e mettere alla prova chiunque la percorra, indipendentemente dal tragitto scelto. Ma che cos’è esattamente il cosiddetto “Buso” della Rana?

Più che il classico antro scuro, se non siete speleologi, potreste immaginare un insieme di grotte, meglio definito dagli addetti ai lavori come “sistema carsico”. Il Buso della Rana è quindi un’enorme cavità sotterranea composta a sua volta da cunicoli, sale e gallerie comunicanti tra loro, creati dall’azione dell’acqua su rocce che, per loro particolare natura (in questo caso carbonatica), si prestano ad essere erose.

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La magia è che, in sinergia con l’acqua, la roccia, in una certa misura, si cancella, per poi, come spesso avviene, ricrearsi in altre forme. Tutto scientificamente spiegabile ma non per questo meno affascinante. E la magia non finisce qui, anzi, è appena cominciata: esplorare il Buso della Rana significa percorrere una rete sotterranea di circa 34 km di sviluppo in cui si è costretti ad avanzare in modo sempre differente, in un ecosistema indipendente dall’esterno e popolato da stigobi (organismi viventi in ambiente acquatico sotterraneo). Si tratta di un mondo particolare, che vive in parallelo a quello esposto in superficie e che per questo può subire facilmente danni da azioni inopportune.

Indispensabile, quindi, prima di avventurarvisi, è acquisire le informazioni fondamentali su di esso, per rispettarlo ma anche per goderne pienamente, nella consapevolezza di ciò che si ha la fortuna di vedere.

Non bisogna comunque dimenticare che il mondo ipogeo è inospitale per l’uomo, comporta dei rischi per i quali è necessario essere preparati e accompagnati da persone competenti nel caso in cui ci si voglia metter piede.

Gennaio ha dato l’occasione a nuovi ardimentosi di varcarne la soglia, vittime di quel suo fascino misterioso che ai più, bisogna ammetterlo, incute più timore che attrazione.

Vedere la stessa grotta non è mai la stessa cosa; guardarla – e sentirla – nei panni di neofiti esploratori, la trasforma ancora.

Grazie ai partecipanti, che si sono lasciati accompagnare nel mistero con fiducia ed entusiasmo dal gruppo speleologico di cui faccio parte; la condivisione è un altro prezioso regalo di queste esperienze.

Al lupo, al lupo!

I titoli altisonanti dei maggiori quotidiani veronesi hanno dato risonanza in questi giorni agli allarmismi legati alla presenza del lupo in Lessinia. I presunti avvistamenti vicino ad alcune abitazioni in loco hanno gettato acqua sul fuoco, già acceso abbondantemente dalle vistose predazioni da parte di questi leggendari carnivori.

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Il lupo è una specie protetta che è sempre stata presente sulle nostre Alpi ma a leggere tra le righe sembra che una convivenza tra lui e i “moderni” montanari sia impossibile. Un po’ sarà l’effetto scoop… ma un po’ davvero c’è chi si lascia suggestionare o ingannare dall’apparenza e non vorrebbe fare i conti con aspetti naturali di un territorio che si sta cercando di ripristinare in tutta la sua biodiversità.

A ben guardare, questi “al lupo al lupo” possono essere l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo sul nostro territorio, qualcosa di prezioso che ci sta accadendo proprio sotto gli occhi e che, a tenerli chiusi, può apparire paradossalmente come “un problema”.

La Lessinia è una delle sette aree-chiave individuate dal Progetto WolfAlps (nell’ambito del più ampio programma comunitario Life di protezione ambientale) per la conservazione della popolazione del lupo nell’arco alpino attraverso una serie di azioni diversificate (monitoraggio, prevenzione, comunicazione, ecc..) tra le quali trova ampio spazio anche l’educazione e la gestione della convivenza tra lupo e attività umane.

E oltre a questo, i monti veronesi ospitano quella che è considerata una circostanza naturalistica eccezionale: l’unione, nel 2012, tra due lupi, l’italiana Giulietta e il balcanico Slavc, appartenenti a popolazioni diverse “isolate” tra loro da secoli, che ha dato vita all’attuale branco.

Per saperne anche molto di più, basta un clic al sito ufficiale del progetto, dove si troveranno tutte le informazioni sulle finalità dello stesso, le caratteristiche e la storia di questa specie, file informativi scaricabili, eventi e la possibilità di segnalare un avvistamento.

Se poi si vuole qualche spiegazione o approfondimento in più per voce viva, basta ascoltare anche su youtube Luigi Boitani, tra i massimi esperti sull’argomento.

Il verde del mare

Ci sono pezzi di costa in cui il verde della vegetazione si sposa stupendamente con i toni azzurro-blu del mare, nonostante, cromaticamente, i due colori appaiano poco conciliabili. Eppure, accostati dalla natura, creano una sinergia che rinfranca gli occhi e lo spirito con la sua frizzante vitalità.

La Toscana è ben zeppa di spazi verdi, spesso liberi di crescere indisturbati e protetti, che si fanno trovare anche molto vicini al mare; è il caso di Punta Falcone, una riserva naturale che si sviluppa su di un piccolo promontorio nella parte nord di Piombino,  sorridente e sobria cittadina a metà strada tra Livorno e Grosseto.

Si tratta di un parco che, introducendoci in un giardino fiorito e selvaggio costellato di barbe di giove, lecci, stracciabrache e alaterni, offre squarci appassionanti sul canale di Piombino e sulle isole appena al di là: Elba, Palmaiola, Cerboli… Le rocce, prevalemente di origine magmatica, coprono l’intera zona con un tappeto dai toni verdastri, bruno-rossastri o quasi neri, accompagnando nella breve discesa verso il mare.

Il facile ma emozionante percorso si snoda armoniosamente tra calette mangiate dalle onde, resti di guerra, siepi profumatissime, scogli e un luccicante osservatorio astronomico. Il tutto, animato da farfalle fulminee, coleottori e voli d’uccello, è ben segnalato da cartelli esemplificativi ed etichette botaniche, gentilmente apposte dai volontari su molti esemplari di piante.

Come la magica piazza Bovio in notturna, un altro posto che incanta.

Nuove meraviglie nascoste: le Spurghe

Mi addentro in un mondo che sembra a sé stante, incastonato tra prati, boschi e coltivi collinari, un microcosmo difficile da incasellare o accomunare ad altro, un ambiente affascinante e dall’atmosfera per certi versi… inquietante.

Nell’arco di pochi passi il terreno cambia completamente, ecco che si fa buio, la temperatura scende, l’umidità aumenta e cominciano a comparire, come immagini surreali, bastioni ritti o inclinati, canyon, voragini e stretti antri disposti senza una logica apparente e infittiti da piante strane, alberi imponenti vertiginosamente slanciati verso l’alto, radici e lunghi tralci che stringono e ammantano tutto con forza. (Ecco a voi) Le Spurghe di Sant’Urbano.

Una zona non solo ricca di diversità biologica e suggestioni sensoriali ma anche di Storia.

Una serie di arenarie appoggiate su strati tufaceo-argillosi, lentissimamente scivolate verso valle, fratturandosi e scorrendo sul basamento calcareo che le sorregge da millenni, hanno dato origine ad un’incredibile morfologia e ad un’ecosistema proprio.

Io e un gruppetto di impavidi geologi le attraversiamo con la dovuta accortezza (immancabile il caschetto) guidati da chi in questi stretti e a volte invisibili passaggi si aggira come fossero le sue tasche, angoli apparentemente inospitali che nel tempo si sono rivelati rifugio, spesso salvezza e ora più rilassato godere di una natura che ancora si (e ci) protegge.

Un’altra “casa” per l’uomo sulla Terra; un altro meraviglioso ed emozionante viaggio alla sua scoperta!

 

 

Colognola ai Colli e la sua Val d’Illasi

Tra le valli veronesi che si protendono verso la pianura partendo dai monti della Lessinia, la Val d’Illasi è tra quelle più profondamente incise e per questo offre maggiori occasioni di ammirare gli antichi affioramenti rocciosi che l’hanno data alla luce, tra cui la dolomia principale.

Colognola ai Colli è una ridente cittadina che si apre proprio sulle colline all’imbocco di questa valle, offrendone potenti scorci, molteplici testimonianze di passaggi e stanziamenti romani, castelli ben visibili ed eloquenti testimonianze storico-architettoniche.

La Festa dei Risi e Bisi di Colognola costituisce un appuntamento imperdibile per avere un contatto diretto con tutto questo attraverso le passeggiate programmate ogni anno dalla Proloco e che l’associazione culturale Verona Autoctona ha ideato e gestito per le domeniche del 28 maggio e del 4 giugno.

Per me è stato un piacere e un’emozione accompagnare i visitatori lungo sentieri e stradine zeppi di storia, arte e natura in un paesaggio esteticamente armonioso e ricco di aspetti interessanti e diversificati.

Tra i tanti mi vengono in mente i sorprendenti tufi basaltici di Bocca Scalucce, le pregiate cultivar di pisello, vigneto e uliveto, i cedri del Libano che assieme a gelsi bianchi e neri, bagolari e tigli spuntano dentro e fuori i favolosi giardini di ville altrettanto seducenti.

Una dolce gara dura per chi vuole riempirsi gli occhi di una bellezza che tra la Val Tramigna a est e la Val di Mezzane ad ovest esplode in sinuosi gradienti di verde coronati qua e là dalle opere di artisti autoctoni.

 

Passeggiata sui Berici presso azienda agricola

Spesso le giornate più riuscite nascono dall’improvvisazione e, libere di crearsi spontaneamente, scorrono perfette.
Sabato 27 maggio, una facile passeggiata guidata nel bosco si è trasformata in un viaggio affascinante sperimentato da molteplici punti di vista, in uno spazio naturale che è stato possibile sondare al proprio ritmo personale.
Anche senza programmare tutto nei minimi dettagli, senza minuziosi accordi a monte, accade che si crei una tale magica sinergia anche tra persone che si sono appena intraviste da creare momenti di benessere e gioia arricchenti per tutti. Io la paragono ad una sorta di comunione di intenti, che in questo caso riguardano la natura, la sua grandiosità, il rapporto con l’uomo anche attraverso l’agricoltura. Un’agricoltura, in questo caso, tutta diversa: un passo avanti verso un’armonia complessiva che, preesistente, si è un po’ persa di vista…Ma che basta rispolverare le vecchie e sempre valide regole naturali per riconoscere e far diventare avanguardia grazie a conoscenze e tecniche in crescita costante.
Arrivederci alla prossima full immersion in quest’angolo incantevole dei Monti Berici di Lonigo!