Piante aliene, un potenziale pericolo

La parola aliena, riferita ad una specie vegetale, definisce una pianta originaria di un luogo lontano da quello in cui è stata trasportata, volutamente o incidentalmente, dall’uomo.

Di piante aliene, altrimenti dette alloctone o esotiche, ce ne sono ormai tantissime in tutta Europa, anzi, i dati dicono che sono in aumento.

Ma fino a che punto possiamo considerare alloctone piante arrivate qui ormai da secoli, come ad esempio l’ulivo?

Archeofite e neofite

Esiste una linea di demarcazione temporale che distingue le piante aliene archeofite, portate cioè in un luogo lontano dalla propria area d’origine prima del 1500 d.C., dalle neofite, trovate “fuori casa” successivamente a tale periodo.

Tra le archeofite vanno annoverati il miglio e il sorgo selvatico, diffusi in tutta Europa, mentre tra le neofite troviamo l’ormai imperante robinia pseudoacacia, portata qui dalla lontana America del nord.

Il comportamento e la diffusione di queste piante esotiche è molto diversificato: alcune vegetano e si riproducono ma non sono in grado di vivere stabilmente in un luogo senza il contributo dell’uomo, altre invece, cosiddette “naturalizzate”, sì.

Quando una pianta diventa invasiva?

Alcune piante aliene riescono a diffondersi in modo veloce ed ampio sul nuovo territorio, al punto da divenire invasive. Con una capacità di moltiplicazione o riproduzione repentina e una spiccata adattabilità, possono arrivare a minacciare la sopravvivenza delle specie locali, soppiantandole o inibendone la crescita.

Uno dei danni causati dalle piante alloctone di tipo invasivo, infatti, è proprio la riduzione della biodiversità dovuta al fatto che queste piante esotiche possono competere pesantemente con quelle autoctone, minandone la sopravvivenza. Il loro insediamento comporta inoltre danni agli habitat, aumento di rischi idrogeologici, infestazione di aree più o meno estese e reazioni allergiche.

Una minaccia per la biodiversità, e non solo…

Per ora, solo una modesta percentuale (10-15%) delle piante esotiche presenti in Europa è invasiva ma continua ad aumentare. Questo fatto ha destato le preoccupazioni della Comunità Europea, che nel 2015 ha emesso il Regolamento UE 1143/14, volto a proteggere la biodiversità e i servizi ecosistemici dal danno delle piante esotiche invasive, vietandone il trasporto e il possesso.

Tutti possono contribuire a tener monitorate le specie aliene presenti sul territorio attraverso siti ed app creati secondo le direttive europee. Un esempio è quello creato dall’università di Trieste: http://sissi.divulgando.eu/

Per approfondimenti sul tema delle specie alloctone in Italia, si consiglia di visitare il sito istituzionale.

L’intelligenza delle piante

Che cosa potreste dire sulle piante, che bene o male ci circondano ovunque? 

Che sono dotate di intelligenza o che sono esseri viventi passivi, quasi inanimati, o comunque limitati?

Quante volte abbiamo usato o udito l’espressione: “è un vegetale”, per indicare una persona priva di vitalità o che abbia perduto quasi del tutto le proprie facoltà fisiche o mentali?

In realtà le cose stanno diversamente; anzi, stando alle ultime scoperte scientifiche, sono proprio al contrario.

Plant revolution

Plant revolution Stefano Mancuso

Dal libro “Plant revolution”, ultimo saggio dello scienziato fiorentino Stefano Mancuso, si evince bene il fatto che le piante non siano inferiori agli animali; anch’esse si difendono, si muovono, memorizzano, apprendono…risolvono problemi. E quest’ultima caratteristica è proprio quella che secondo Mancuso contraddistingue l’intelligenza. 

Esseri viventi tutt’altro che limitati

Le piante non hanno un cervello fisico come animali e uomini, eppure studi e sperimentazioni stanno dimostrando quanto siano comunque intelligenti.

Un esempio? La mimosa pudica, un fiore oggetto di sperimentazioni da parte del LINV, laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università degli Studi di Firenze capitanato dal biologo Stefano Mancuso, ha dimostrato di saper distinguere tra loro stimoli diversi, rispondendo in modo appropriato a ciascuno e ricordando poi l’esperienza per oltre due mesi. Il fiore chiude infatti le foglioline quando l’input è recepito come pericoloso e lo ricorda a distanza di tempo.

In effetti, sarebbe effettivamente un po’ presuntuoso presumere che l’intelligenza sia esclusivo appannaggio dell’uomo – e in minima parte degli animali – escludendo così l’enorme patrimonio verde esistente sulla Terra, costituente il 99% della biomassa con circa 4 milioni di specie stimate (di cui solo 350.000 conosciute).

Una presenza massiva

Tornando alle funzioni vegetali, anche le relazioni sociali e la comunicazione sono altre capacità prese in esame dagli studi più recenti  sui vegetali. Ad esempio, è stato dimostrato come attraverso molecole chimiche volatili le piante comunichino tra loro, avvisandosi reciprocamente soprattutto di eventuali pericoli incombenti e permettendosi così di difendersi. Come, direte voi? Le piante non possono certo scappare!

Questione di lingua

Eppure possono adottare stratagemmi che si rivelano comunque efficaci, come l’emanare un determinato odore poco gradito agli erbivori di turno. Linguaggi diversi non meno sofisticati di quelli usati dal mondo animale, ma decifrabili, sostiene Mancuso. Pensate che anche se priva di organi, una pianta può senza dubbio svolgere molte funzioni comuni agli animali, come respirare o dormire.

Pur non potendo spostarsi, poi, i vegetali hanno dimostrato di muoversi anche in modo molto intenso, e di aver affinato la propria percezione verso l’esterno molto più degli animali, rivelandosi così esseri estremamente sensibili

Il rapporto con le emozioni umane

All’orizzonte scientifico si è poi profilato un altro audace quesito: le emozioni umane possono incidere in qualche modo sulla pianta?

Per cercare di capirlo, al LINV hanno messo in piedi un interessante esperimento, mettendo piante di glicine a contatto con emozioni umane tra loro contrapposte. Queste ultime vengono veicolate attraverso tubi appositi come composti volatili. Le alterazioni a carico delle piante potranno così evidenziare l’eventuale nesso con le emozioni umane.

Il successo esistenziale del mondo vegetale, essendo così quantitativamente diffuso, è sotto gli occhi di tutti, afferma Mancuso: per questo risulta ancora più inconcepibile sottovalutarne l’importanza, anche in relazione all’uomo.



Un mare di plastica

un mare di plasticaIn questo ultimo periodo si sente spesso parlare di plastica, materiale sempre più diffuso, e del suo impatto ambientale. Ma quali sono le esatte proporzioni del problema? Fino a che punto e in quale modo si sta ripercuotendo sull’ambiente e gli esseri viventi? E quali alternative e prospettive abbiamo o potremmo avere?

A questi ed altri miei interrogativi sono riuscita a rispondere grazie al corso di aggiornamento Aigae, due giorni intensi con un esperto sull’argomento, Franco Borgogno (autore del libro “Un mare di plastica”). E’ stata una preziosa opportunità per avere un’ampia panoramica della situazione e per gettare uno sguardo anche sulle possibili soluzioni e alternative.

Il mare soffre da tempo

Qualcosa come trecentomila tonnellate di plastica galleggiano in mare, compromettendone pesantemente la vita. Se qualcuno non abita al mare potrebbe avere la sensazione che il problema non lo riguardi da vicino ma in realtà riguarda tutti indistintamente. Perché? Perché dal mare dipende la vita di tutti gli esseri viventi: grazie ad esso siamo forniti di acqua e di almeno il 50% dell’ossigeno che respiriamo. E non solo: leggete qui per capire quanto sia importante per la vita dell’uomo.

I ricercatori hanno scoperto che questo tipo di smog sta colpendo l’acqua in tutte le sue forme, ghiaccio compreso. Franco Borgogno ci parla infatti di una recente spedizione scientifica a cui ha partecipato in mar Artico organizzata dalla ong 5 Gyres durante la quale è stata rilevata una notevole presenza di plastica.un mare di plastica

Purtroppo la plastica che si nota in alcune spiagge o a pelo d’acqua, dove le correnti favoriscono più che in altre l’accumulo, è solo la punta dell’iceberg: il mare tende ad arenarla o affondarla.

Il più  forte impatto ambientale

“Inventata” nel 1862, la plastica è un materiale che ha segnato senz’altro una svolta importante nella vita dell’uomo. Nel continuare ad utilizzarlo però non si può continuare a prescindere dal suo impatto ambientale che, per le sue caratteristiche di durata, diffusione, volume e capacità di assorbimento, risulta essere il più invasivo.

un mare di plasticaMa che cosa può fare ciascuno di noi? Prima di tutto, non aspettare che il cambiamento venga dall’esterno. Quello che possiamo fare ogni giorno riducendo l’utilizzo della plastica, raccogliendola e differenziandola, ha un forte impatto positivo sull’ambiente. 

Non aspettiamo con le mani in mano che arrivino cambiamenti legislativi ed economici che invertano drasticamente questa rotta; potrebbe dipendere anche dal nostro comportamento. Cominciamo subito a compiere scelte quotidiane consapevoli, prese sulla base di informazioni corrette sul reale stato delle cose.

Le tre R

Raccogliere, differenziare e ridurre il consumo di plastica nella nostra quotidianità è di vitale importanza, così come acquisti e abitudini che tendono al al riuso, al riciclo e all’utilizzo di materiali alternativi.

un mare di plasticaGli esperti sottolineano che è importante cercare di ridurre il più possibile soprattutto la plastica monouso (ad esempio cannucce e bicchieri) e quella degli imballaggi, che non può essere riciclata.



“Una montagna con sopra un lupo è una montagna più alta” (Edward Hoogland)

Quella di domenica 6 maggio scorso, presso Villa Quaranta di Pescantina, è stata una conferenza per molti versi illuminante: non tanto perché avrebbe fornito – utopisticamente – un’approfondita conoscenza del grande carnivoro, anche se non sono mancati molti interessanti ragguagli sulla sua natura, quanto perché ha penetrato il più ampio scenario in cui si colloca, fornendo molti stimoli e spunti utili a capire.

Un contesto che coinvolge vari aspetti, da quello naturalistico-ambientale a quello sociale, culturale ed economico, efficacemente affrescati dai relatori presenti e ben organizzati in un unico confronto. 

Innanzitutto, giova ricordare un dato fondamentale emerso: il genoma del Canis lupus Italicus (diffuso soprattutto in Appennino) è unico al mondo, ed è una sottospecie di grande successo ecologico – dovuto alla sua estrema adattabilità – che contribuisce in modo importante al mantenimento della biodiversità.

Dopo la sintetica ma emozionata apertura del presidente dell’associazione Gruppo cinofilo Verona Romano Sparapan – che sentendo “il richiamo del lupo” ha voluto organizzare l’evento – e la carrellata di meravigliose immagini di Silvano Paiola, che da 6 anni fotografa i lupi in Lessinia, è stato possibile ascoltare un esperto di fauna selvatica (di grandi predatori in particolare) come Giorgio Boscagli, autore del primo libro sul lupo, risalente al 1985.

Anche se fino all’estremo oriente era diffusa fin dall’antichità la credenza per cui il lupo avesse un’origine malefica, mentre in un tempo non troppo remoto, in alcune aree, i “lupari” erano visti come benefattori, oggi è ben chiaro il fatto che l’estinguersi del lupo recherebbe un grave danno all’intero patrimonio naturale collettivo.

Francesco Mezzatesta, ornitologo, afferma che in Italia purtroppo “non c’è la cultura della natura”, che andrebbe promossa fin dalla scuola elementare con passeggiate outdoor volte a conoscere la biodiversità attraverso l’osservazione (biowatching).

Ma poi, a fronte dei tanti presunti o reali danni causati dal lupo, spesso molto enfatizzati dai mass media, siamo sicuri che i cinghiali non rechino danni peggiori?

Attenzione quindi alle cosiddette fake news che, toccando tutti gli argomenti, imperversano nel web e non solo: le notizie pubblicate spesso non sono state verificate. E alimentano false credenze, ad esempio l’idea che i lupi preferiscano predare gli animali domestici o bestiame (l’esame delle feci dimostra il contrario) o che siano pericoloso per l’uomo, quando non v’è notizia di attacchi dal 1800.

Ridurre il numero di lupi, inoltre, uccidendo eventualmente capibranco, potrebbe destrutturare i branchi, i cui componenti, non più guidati nella caccia agli erbivori, potrebbero indirizzarsi verso gli animali domestici. Nei branchi vige infatti una gerarchia precisa, finalizzata alla sopravvivenza.

E’ dal 1976 che il lupo è specie protetta, scampata all’estinzione grazie alla continuità di presenza negli Appennini in regioni come abruzzo, calabria e basilicata, dove anche per questo motivo è maggiormente accettato come parte integrante del territorio.

Ma eccoci tornare ai giorni nostri, e soprattutto “a casa nostra”: in Lessinia, la coppia Slavc-Giulietta si forma nel 2012; i branchi stimati su tutte le alpi italiane sono 47 su un totale di 70 in tutte le alpi.

Le difficoltà e i grattacapi dagli allevatori della Lessinia trovano una portavoce in Silvia Montanaro, giovane pastora errante di pecore che dichiara decisamente quanto il lupo, tra gli allevatori come lei, “faccia rabbia piuttosto che paura”. E cerca di mettere il pubblico nei panni di chi, come lei, per lavorare ora deve fare “doppia fatica”, inclusa quella di imparare ad utilizzare i presidi, seppure forniti gratuitamente, da Life Wolfalps.

Evidente è che sussiste un gap culturale richiedente un adeguamento a nuove condizioni ed una maggior fatica, come fa notare il veterinario Mario Andreani, illustrando le notevoli differenze tra la zootecnia appenninica e quella lessinica. Nella prima, le perdite sono esigue, nonostante il grande numero di ovini e bovini.  Ciò non toglie che, per quanto il nuovo onere possa ritenersi impressionante, si tratti oramai di un processo naturale inarrestabile.

Tutti d’accordo nel ribadire che la tutela del lupo passa per quella delle attività di allevamento, come ribadisce Renato Semenzato, biologo del progetto Life Wolfalps, il quale testimonia con soddisfazione la fruttuosa assistenza fornita a tanti allevatori aiutati nell’allestire recinti a misura delle proprie esigenze personali. E invita a non stupirsi del ritorno del lupo in Lessinia, che con la sua vasta prateria costituisce quasi una tavola imbandita per un grande predatore: in fin dei conti, a 20 km da Trieste o in periferia a Bologna, il lupo non ha mai smesso di aggirarsi.

Le situazioni degli allevatori sono sicuramente molto diversificate, e a questo si aggiunge, purtroppo, un deficit di comunicazione che crea un muro anti-conoscenza, tant’è che è solo nel 2016 che sono stati installati i primi presidi anti-lupo.

Secondo Semenzato, la Lessinia è quasi un unicum a livello nazionale, con i suoi 5000/6000 all’alpeggio; ma la soluzione a quanto pare c’è, va solo spinta, stando al fianco degli allevatori.


Ali nel buio

Finalmente, dopo varie occasioni mancate, ho l’opportunità di avere un incontro ravvicinato con animaletti normalmente poco abbordabili: i chirotteri, meglio noti come pipistrelli.

Questa sera, infatti, potrò assistere ad operazioni di cattura volte allo studio della specie: l’incontro comprenderà quindi anche un assaggio di vera ricerca scientifica.

Spiriti Liberi Carlo Rebonato ReCaP 2

Trattandosi di animali selvatici protetti dalla legge, fondamentali per il mantenimento di molti ecosistemi in tutto il mondo, i pipistrelli sono oggetto di studi e monitoraggi continui. Con più di 1300 specie, sono gli unici mammiferi in grado di volare (chirottero significa infatti “mano alata”).

Pur essendo in grado di adattarsi ad una grande varietà di ambienti, sono purtroppo minacciati da degrado ambientale, pesticidi e intolleranza umana. Per questo motivo, molte istituzioni e associazioni fanno opera di divulgazione ed educazione su di loro.

Anche Andrea Pereswiet-Soltan, dottore al Departement of Paleozoology dell’Università di Wrocław (Polonia), persegue questo scopo, coadiuvando anche il Centro Educazione e Ricerca Chirotteri del Veneto.

L’appuntamento è sul far della sera in uno degli ambienti eletti a rifugio da questi animali: le grotte. Verso le 20 ci troviamo quindi già all’interno di una piccola cavità della Lessinia, dove avviene il posizionamento degli strumenti utili allo studio sui pipistrelli, che a quest’ora cominciano a volar fuori alla ricerca di cibo.

Una rete lieve come una ragnatela viene posizionata in prossimità dell’uscita, in attesa del loro arrivo. Dopo pochi istanti al buio, ecco udirsi, appena percettibile, l’atterraggio forzato dei silenziosi ospiti.

Posso così osservarli da vicino mentre mani esperte li liberano dalla rete, afferrandoli per la collottola proprio come dei gattini. Il pelo che ne ricopre il busto è morbidissimo, quasi impalpabile, mentre le ali appaiono fragilissime: sono costituite da un sottile strato di pelle.  Guardandoli in movimento, anche se limitato, noto la perfezione della loro natura, la meraviglia della struttura fisica, con la mano alata che l’evoluzione ha loro regalato.

Nell’espressione del musetto, tutta l’innocenza del mondo animale, incaponito a vivere e lottare pur non capendo quanto gli accade.

Nel giro di circa un’ora, vengono catturati più di venti esemplari. Delicatamente sbrogliati dai fili, vengono poi adagiati uno ad uno nei rispettivi sacchettini, in attesa di essere esaminati e liberati. Spiriti liberi Carlo Rebonato ReCaP

Durante la “visita”, viene valutato anche lo stato di salute dei piccoli animali, pesati e misurati in alcune parti del corpo.
Man mano che li osservo, si fa strada un sentimento di tenerezza verso animali a volte così sbrigativamente demonizzati (vampiri?), stereotipati (non si attaccano ai capelli) o bollati come “brutti”: basterebbe saperli vedere.
Vi invito quindi ad informarvi correttamente, ad esempio qui, evitando in generale di dare credito a fonti incerte o a notiziole che appaiono anche sui social network: il mondo è altro!
E vale la pena conoscerlo davvero. 😉

NB: Le ricerche citate in questo post sono state effettuate con i permessi di ISPRA, Ministero dell’ambiente, Regione Veneto e Parco della Lessinia.

 


Al lupo, al lupo!

I titoli altisonanti dei maggiori quotidiani veronesi hanno dato risonanza in questi giorni agli allarmismi legati alla presenza del lupo in Lessinia. I presunti avvistamenti vicino ad alcune abitazioni in loco hanno gettato acqua sul fuoco, già acceso abbondantemente dalle vistose predazioni da parte di questi leggendari carnivori.

Wolf

Il lupo è una specie protetta che è sempre stata presente sulle nostre Alpi ma a leggere tra le righe sembra che una convivenza tra lui e i “moderni” montanari sia impossibile. Un po’ sarà l’effetto scoop… ma un po’ davvero c’è chi si lascia suggestionare o ingannare dall’apparenza e non vorrebbe fare i conti con aspetti naturali di un territorio che si sta cercando di ripristinare in tutta la sua biodiversità.

A ben guardare, questi “al lupo al lupo” possono essere l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo sul nostro territorio, qualcosa di prezioso che ci sta accadendo proprio sotto gli occhi e che, a tenerli chiusi, può apparire paradossalmente come “un problema”.

La Lessinia è una delle sette aree-chiave individuate dal Progetto WolfAlps (nell’ambito del più ampio programma comunitario Life di protezione ambientale) per la conservazione della popolazione del lupo nell’arco alpino attraverso una serie di azioni diversificate (monitoraggio, prevenzione, comunicazione, ecc..) tra le quali trova ampio spazio anche l’educazione e la gestione della convivenza tra lupo e attività umane.

E oltre a questo, i monti veronesi ospitano quella che è considerata una circostanza naturalistica eccezionale: l’unione, nel 2012, tra due lupi, l’italiana Giulietta e il balcanico Slavc, appartenenti a popolazioni diverse “isolate” tra loro da secoli, che ha dato vita all’attuale branco.

Per saperne anche molto di più, basta un clic al sito ufficiale del progetto, dove si troveranno tutte le informazioni sulle finalità dello stesso, le caratteristiche e la storia di questa specie, file informativi scaricabili, eventi e la possibilità di segnalare un avvistamento.

Se poi si vuole qualche spiegazione o approfondimento in più per voce viva, basta ascoltare anche su youtube Luigi Boitani, tra i massimi esperti sull’argomento.


La montagna aiuta

Che la montagna, il contatto con la natura in generale, fosse benefico a più livelli, è una cosa di cui sono sempre stata convinta, ma venerdì scorso ho scoperto che è un dato riconosciuto anche in ambito sanitario; costituisce infatti un vero e proprio approccio terapeutico, oggetto di ricerche e piani di azione mirati ad aumentare il benessere delle persone e/o ad alleviarne i disagi.
In occasione della serata del 10 febbraio scorso che “Equilibero” ha dedicato alle attività svolte e in programma, sono entrata in contatto con una delle associazioni – in questo caso di promozione sociale – che realizza progetti d’intervento basati su questo protocollo. L’atmosfera che si respira è familiare, come ad un ritrovo tra amici, e tuttavia ho potuto facilmente intuire la cura e la preparazione con cui vengono pensate e fatte le cose.
20170210_210414Si va dalle camminate semplici alle uscite in grotta, dall’arrampicata alle salite più impegnative, al rafting, il tutto secondo parametri volti a produrre i maggiori benefici psicofisici nei partecipanti.
I coordinatori del gruppo si occupano di studiare e panificare le attività (diversificate a seconda degli obiettivi) e di accompagnare poi sul campo i fruitori assieme ad un’ampia cerchia di volontari.
E’ stato bello per me scoprire ancora una volta che ci sono tante persone pronte a prendere per mano le altre in modo totalmente gratuito e anzi…arricchente per ambo le parti.
(Per info: http://www.montagnaterapia.it per la macro-zona centro Italia, sollevamenti.org per il nord).


Il popolo della notte

Come tutti i mondi che non conosci e che ogni tanto sbirci appena in lontananza, anche quello dei gufi e degli altri misteriosi uccelli notturni, al di là dei “gusti” personali, una volta che ci sei entrato inevitabilmente ti coinvolge, forse perché tocca la parte più istintiva di noi che riconosce in quella animale l’intento comune di sopravvivere, o vivere, al meglio.

civette_250x0_90Osservare questi animali e capire, anche se a volte solo in parte, perché sono fatti proprio così, come si procurano il cibo e quale, perché sanno volare così silenziosi, dove fanno il nido, cosa c’è dietro a certi loro comportamenti, trovando talvolta anche squisite assonanze con i nostri, diventa un viaggio affascinante che ti attira sempre più dentro…E in effetti, più ti ci avvicini, più crescono la curiosità e la voglia di conoscerli, assieme ad un istinto protettivo che come minimo ti porta ad adottare quegli accorgimenti atti ad evitare il più possibile di recargli disturbo, soprattutto quando ti avventuri nel loro territorio, a casa loro.

E’ questo l’effetto che può fare una full immersion nella vita dei rapaci notturni (quelli presenti in Italia sono soprattutto gufi, allocchi, civette, assioli e barbagianni) attraverso le descrizioni, gli studi, gli aneddoti e le immagini eloquenti di qualcuno che li segue con sguardo attento e probabilmente amorevole da tanti anni: Marco Mastrorilli.

Il 3 e 4 febbraio, grazie ad Aigae, l’associazione di cui faccio parte, ho avuto la fortuna di partecipare ad una due-giorni di approfondimento su quell’ordine un po’ misterioso di uccelli che preda perlopiù la notte e il cui canto e la cui veste è entrata a far parte dell’immaginario collettivo da secoli: gli strigiformi, protagonisti di miti spesso completamente infondati che anche sfatare è stato interessante…per conoscere altre verità.

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La “Notte della civetta” e il “Festival dei Gufi” sono splendide occasioni per avvicinarsi – zitti e in punta di piedi, mi raccomando! – a specie spesso ignorate o poco conosciute che invece serbano, dietro a maschere a volte terrifiche, ritratti di “personaggi” davvero interessanti.