Il sentiero dei Pintareni, lungo il rio Leno

Veduta sul torrente Leno, dal bel colore verde acqua. Sentiero dei Pintareni

Ho scoperto di recente un trekking molto rilassante, carino e vario, inserito in un ambiente naturale incontaminato nella bassa fascia montana. È il sentiero “dei Pintareni” che, lontano dagli itinerari trentini più frequentati, insegue il torrente Leno addentrandosi nella Val Terragnolo.

piccolo scorcio del bosco che si attraversa lungo il tragitto, sentiero dei Pintareni

Il percorso, di circa 10 km e 450 m di dislivello, si cala nell’incisione valliva del torrente costeggiandone una parte, tra saliscendi più o meno dolci. Camminando, vi rivelerà angoli sempre diversi e interessanti di una natura perlopiù intatta. Tappa finale del tragitto, che si sviluppa tra i 500 e i 700 m di altitudine, è la frazione di Sega.

Descrizione del tragitto

Siamo nel territorio della comunità montana della Vallagarina, a nord est di Rovereto. Qui, dalla frazione Valduga, appena superato un piazzale, s’imbocca il nostro sentiero, che in breve conduce alla “sega di Valerio”. Suggestivi resti e immagini accennano alla storia di questa vecchia segheria ad acqua, ancora attiva nell’ultimo dopoguerra e poi dismessa in seguito ad un’alluvione.

Sorta di spiaggia naturale lungo la sponda del torrente Leno, sentiero dei Pintareni

Fra tratti semi ombreggiati nel bosco, dapprima tra giovani alberi e poi tra faggi adulti, si attraversano ponticelli sul bel torrente, sostando in alcune “spiaggette” naturali create dalla rena di deposito, tra i massi portati dal rio. Lungo il sentiero dei Pintareni sono possibili varianti o brevissime deviazioni, come quella che porta alla “fonte dell’acqua rosa”, segnalate da cartelli.

Il torrente Leno: bellezza ed energia

Costeggiando il Leno lungo il sentiero dei Pintareni, se ne potranno ammirare i moti vivaci che, con la propria energia, un tempo fornivano sostentamento a tutta la valle attraverso le segherie, i mulini e naturalmente l’approvvigionamento d’acqua pulita.

Ponticello di legno sul torrente Leno, sentiero dei Pintareni

Una volta giunti a Sega, anticipata da una diga dismessa, si può visitare una segheria veneziana del ‘700, recentemente ripristinata e rimessa in funzione a scopo didattico-culturale. All’interno sono presenti anche un museo etnografico e un percorso didattico. Si tratta di una struttura che conserva e divulga usi, costumi e conoscenze antiche della Valle, costituendone un importante polo culturale.

Fiore bianco selvatico a cinque petali

Il ritorno

Da Sega si potrà tornare a Valduga con giro ad anello lungo la strada asfaltata. Si toccheranno così i paesini di Stedileri, Maureri, Puechem, Dosso, Piazza, Peltreri e Pedrazzi, ciascuno con ben esposto il proprio antico toponimo. In alternativa, si può ripercorrere lo stesso sentiero dell’andata, magari optando per la variante dei “4 passi nel bosco” (fattibile anche all’andata). Questa, segnalata da un cartello, sale a sinistra addentrandosi, appunto, nel cuore del bosco. Attenzione alla svolta che più avanti riporta alla strada maestra: potrebbe risultare poco visibile.

Buoni passeggiata! 🙂

Le favolose cascate di Barbiano, in Val d’Isarco

Appena varcata la soglia dell’Alto Adige, si entra nella provincia di Bolzano e ci s’imbatte in un insieme di località ed ambienti davvero suggestivi, con tanti punti d’interesse lontani dal chiasso cittadino.

cascata di Barbiano

Al confine con la Val d’Ega, la Val d’Isarco si allunga verso nord a 30 km di distanza dal capoluogo altoatesino, affacciandosi a ovest dall’autostrada del Brennero ed aprendosi a est verso l’Alpe di Siusi.

Il sentiero che porta alle cascate

La facile escursione che porta alle splendide cascate di Barbiano comincia appena oltre il paesino di 1700 anime posto poco sopra Ponte Gardena, proprio di fronte al fiabesco castello Trostburg.

panorama da Barbiano

Seguendo le indicazioni per le cascate riportate lungo la strada che porta a Barbiano, sarà possibile raggiungere lo spiazzo adibito a parcheggio e da lì cominciare questa bella escursione.

Maestosi castagni

Dapprima si cammina tra meravigliosi castagni, spesso secolari, che immagino comporre, in autunno, con le belle foglie ingiallite, un incantevole paesaggio che invece ora, a primavera, sprizza un verde luminoso ovunque. Un cartello rammenta ai viandanti che i preziosi frutti di questi imponenti alberi sono tradizionalmente vanto e fonte di sostentamento dei barbianesi, assieme alle dolci prugne coltivate localmente.

La cascata superiore

Le cascate di Barbiano sono formate da tre salti principali, che è consigliabile visitare interamente partendo da quello posto più in alto, a circa 1.200 m.s.l.m. Per arrivarci si seguono le indicazioni per la “Oberer Fall” (cascata di sopra), a cui si arriva in circa un’ora e mezza di cammino su facili sentieri che nei tratti esposti sono protetti da steccati in legno e corrimano, cosa che li rende adatti anche ai bambini.

Dal ponticello di fronte alla cascata più alta si può ben ammirare il salto di 45 metri di altezza che scarica l’acqua del rio Gander sulle pareti scolpite di porfido quarzifero, molto diffuso in zona. Diverse sono le comode panchine nei punti strategici del percorso, così da permettere frequenti soste in un luogo molto rilassante pur nella sua movimentata morfologia.

Le cascate di mezzo e inferiore

l'acqua che scorre sulla roccia liscia della cascata di sopra illuminata dal sole

A questo punto, per proseguire il tragitto alla scoperta delle altre due cascate, è necessario tornare indietro fino al bivio che a destra indica la cascata di mezzo. Lì ci attende un ampissimo, spettacolare belvedere sulla Val d’Isarco verso le montagne antistanti, tra le quali si distinguono bene i profili di Sciliar, Saltria, Bullaccia e Sella. Appena a destra del belvedere, si libera il salto della cascata di mezzo, che si apre larga verso valle. Dopo un immancabile sosta per ammirare il panorama, si prosegue in discesa avvicinandosi alla pineta. Scendendo tra comodi scalini di porfido ravvivati qua e là da quarzi bianchi e rosa, ci si imbatte nella cascata più bassa, che annega sul falsopiano della vicina pineta.

Il finale nel bosco

Il percorso ad anello si mantiene vario fino alla fine, regalando, nell’ultimo tratto, una magica incursione in un bosco di pini, che con le luci del tramonto si tinge di caldi riflessi. È consigliabile effettuare il giro in tarda primavera, poco dopo il disgelo, per ammirare le cascate con la massima portata d’acqua.

il bosco di pini con blocchi di rocce sparsi quà e là pervaso dai raggi del sole al tramonto

Un suggerimento per i più instancabili: continuando a salire lungo il sentiero oltre la cascata alta, è possibile arrivare ad un altro punto ameno del torrente, con un salto d’acqua più basso ma non meno affascinante corredato da piccole “piscine” naturali alternate a placche di roccia (attenzione al ghiaccio che può essere presente fino a primavera inoltrata).

PS: Per informazioni più precise circa le condizioni e le caratteristiche del sentiero, è bene rivolgersi all’ufficio turistico locale.

Hai domande o esperienze da condividere? Scrivimi, sarò felice di leggerti!

Piante aliene, un potenziale pericolo

La parola aliena, riferita ad una specie vegetale, definisce una pianta originaria di un luogo lontano da quello in cui è stata trasportata, volutamente o incidentalmente, dall’uomo.

Di piante aliene, altrimenti dette alloctone o esotiche, ce ne sono ormai tantissime in tutta Europa, anzi, i dati dicono che sono in aumento.

Ma fino a che punto possiamo considerare alloctone piante arrivate qui ormai da secoli, come ad esempio l’ulivo?

Archeofite e neofite

Esiste una linea di demarcazione temporale che distingue le piante aliene archeofite, portate cioè in un luogo lontano dalla propria area d’origine prima del 1500 d.C., dalle neofite, trovate “fuori casa” successivamente a tale periodo.

Tra le archeofite vanno annoverati il miglio e il sorgo selvatico, diffusi in tutta Europa, mentre tra le neofite troviamo l’ormai imperante robinia pseudoacacia, portata qui dalla lontana America del nord.

Il comportamento e la diffusione di queste piante esotiche è molto diversificato: alcune vegetano e si riproducono ma non sono in grado di vivere stabilmente in un luogo senza il contributo dell’uomo, altre invece, cosiddette “naturalizzate”, sì.

Quando una pianta diventa invasiva?

Alcune piante aliene riescono a diffondersi in modo veloce ed ampio sul nuovo territorio, al punto da divenire invasive. Con una capacità di moltiplicazione o riproduzione repentina e una spiccata adattabilità, possono arrivare a minacciare la sopravvivenza delle specie locali, soppiantandole o inibendone la crescita.

Uno dei danni causati dalle piante alloctone di tipo invasivo, infatti, è proprio la riduzione della biodiversità dovuta al fatto che queste piante esotiche possono competere pesantemente con quelle autoctone, minandone la sopravvivenza. Il loro insediamento comporta inoltre danni agli habitat, aumento di rischi idrogeologici, infestazione di aree più o meno estese e reazioni allergiche.

Una minaccia per la biodiversità, e non solo…

Per ora, solo una modesta percentuale (10-15%) delle piante esotiche presenti in Europa è invasiva ma continua ad aumentare. Questo fatto ha destato le preoccupazioni della Comunità Europea, che nel 2015 ha emesso il Regolamento UE 1143/14, volto a proteggere la biodiversità e i servizi ecosistemici dal danno delle piante esotiche invasive, vietandone il trasporto e il possesso.

Tutti possono contribuire a tener monitorate le specie aliene presenti sul territorio attraverso siti ed app creati secondo le direttive europee. Un esempio è quello creato dall’università di Trieste: http://sissi.divulgando.eu/

Per approfondimenti sul tema delle specie alloctone in Italia, si consiglia di visitare il sito istituzionale.

Escursione ai covoli di San Donato, sui Colli Berici

Domenica 17 febbraio faremo un’escursione di circa 4 ore sui favolosi Colli Berici, con salita al Monte Tondo e ai covoli di San Donato di Villaga.

Ad aspettarci, sentieri immersi nella natura, incredibili antri un tempo abitati, un antico eremo, un Monte con ancora i segni della guerra…

Un ambiente in cui i vari punti d’interesse celano molteplici significati, da quelli storico-culturali a quelli naturalistici.

Covoli di San Donato Villaga Colli Berici

Sembra strano ma in questo posto dall’atmosfera un po’ mistica sono ancora presenti i segni del passaggio dei soldati che qui si stanziarono per la prima volta intorno al 1917. Dopo la disfatta di Caporetto, lo scopo era erigere un sistema difensivo con un’area di addestramento; vennero così costruite trincee e postazioni d’artiglieria, mentre la chiesa dell’eremo di San Donato veniva adibita a cucina.

Molti anni prima, il sito era stato un umile romitorio, la cui esistenza è documentata già a partire dal 1243. Al tempo vi risiedevano dei frati, ai quali qualche tempo dopo si unirono delle monache benedettine, guidate da una badessa. Isolati a 300 metri di altezza, i religiosi potevano vivere nella pace profonda della natura approvvigionandosi d’acqua presso una sorgente vicina.

Nel corso dell’Ottocento, però, le cose cambiarono radicalmente…

Ma non voglio dirvi di più!

Venite a scoprirlo concedendovi una facile escursione nella natura che vi ricaricherà.

Ritrovo alle ore 9:00 presso il piazzale della Chiesa di Villaga (parcheggio libero di lato).

Lunghezza percorso: 8 km

Dislivello: intorno a 400 m

Durata: circa 4 ore

Costo: € 8,00 adulti, € 5,00 bambini

Lunghezza percorso: 8 km

Dislivello: intorno a 400 m

Durata: circa 4 ore

Costo: € 8,00 adulti, € 5,00 bambini.

Per info e iscrizioni, chiamare o mandare messaggio whatsapp al 375.610.42.67 o scrivere a sil.gambato@gmail.com

A presto! 🙂

Viaggio in Portogallo: Almada e i suoi dintorni

Cacilhas è un villaggio del comune di Almada, cittadina di circa 160.000 abitanti del centro-sud del Paese. E’ situata sulla sponda sud del fiume Tejo, che qui forma un lago interno prima di sfociare nell’oceano Atlantico.

Attraversando il rio in traghetto o su ponte 25 Aprile, è possibile arrivare in 10 minuti a Lisbona, la capitale, posta sulla riva opposta del fiume.

Ristorantini tipici

La tranquilla zona del porticciolo di Calcihas è caratterizzata da una ricca presenza di rinomati ristorantini distribuiti lungo la via pedonale Candido dos Reis.

Qui i gentilissimi portoghesi cucinano sapientemente carne e pesce freschissimo, mentre nelle tante “pastelarias” (pasticcerie) si possono gustare le squisitezze dolci e salate della tradizione gastronomica locale.

Un esempio? Il delizioso “pastel da nata”, dolcetto di pasta sfoglia ripieno di crema; o il pastel de bacalhau, farcito nientemeno che col baccalà.

Lo stile degli ambienti in cui si mangia è generalmente semplice: qui si brilla soprattutto per l’accoglienza, la qualità e la generosità dei piatti.

Lo stile portoghese

Lungo via Candido dos Reis, venendo dal porto, botteghine cariche di frutta e verdura fresche si affacciano sulla classica pavimentazione a ciottoli bianchi e neri. Le casette basse, affiancate, presentano le facciate decorate con la tipica piastrellatura (l’“azulejo”), con i serramenti bianchi. I piccoli poggioli in ferro battuto si sporgono appena dalle finestre e dalle porte finestre. Anche le chiese sono discrete, con tante raffigurazioni composte proprio con l’“azulejo”.

Almada vecchia

Almada offre agli occhi dei visitatori anche il bel giardino del vecchio castello, con vista su Lisbona e il fiume Tejo, e il centro culturale Casa da Cerca, alla quale si può accedere da Cacilhas tramite comoda passeggiata lungo l’estuario.

Casa da Cerca: cultura e natura

La Casa da Cerca è sede di varie esposizioni, tra cui “A luta continua”: la storia degli ultimi 140 anni del Portogallo attraverso le illustrazioni storiche pubblicate su giornali e riviste del tempo. Dai contrasti sociali degli anni ‘20 alla fine del regime totalitario del 1974, i disegni esprimono, con metafore e simbolismi, alcuni nodi della realtà politica e socio-culturale che il popolo portoghese ha affrontato negli ultimi tempi.

Viaggio Portogallo Almada

Come il Castello, anche Casa da Cerca è arricchita da un bel giardino, con una sezione botanica in parte allestito in serra. Qui è possibile riconoscere diverse piante grazie alle note didattiche che ne illustrano sia le caratteristiche sia gli usi e le lavorazioni. Tra le più comuni, si possono trovare il lino, il salice, il cotone, l’ulivo (da cui i portoghesi traggono un ottimo olio) e il pino marittimo. Quest’ultimo fu piantumato abbondantemente nel XVIII da re D. Joao V nella zona oggi denominata “Mata dos Medos”, lungo Costa da Caparica, per proteggere le colture dell’entroterra dall’avanzare delle dune. (continua)

L’intelligenza delle piante

Che cosa potreste dire sulle piante, che bene o male ci circondano ovunque? 

Che sono dotate di intelligenza o che sono esseri viventi passivi, quasi inanimati, o comunque limitati?

Quante volte abbiamo usato o udito l’espressione: “è un vegetale”, per indicare una persona priva di vitalità o che abbia perduto quasi del tutto le proprie facoltà fisiche o mentali?

In realtà le cose stanno diversamente; anzi, stando alle ultime scoperte scientifiche, sono proprio al contrario.

Plant revolution

Plant revolution Stefano Mancuso

Dal libro “Plant revolution”, ultimo saggio dello scienziato fiorentino Stefano Mancuso, si evince bene il fatto che le piante non siano inferiori agli animali; anch’esse si difendono, si muovono, memorizzano, apprendono…risolvono problemi. E quest’ultima caratteristica è proprio quella che secondo Mancuso contraddistingue l’intelligenza. 

Esseri viventi tutt’altro che limitati

Le piante non hanno un cervello fisico come animali e uomini, eppure studi e sperimentazioni stanno dimostrando quanto siano comunque intelligenti.

Un esempio? La mimosa pudica, un fiore oggetto di sperimentazioni da parte del LINV, laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università degli Studi di Firenze capitanato dal biologo Stefano Mancuso, ha dimostrato di saper distinguere tra loro stimoli diversi, rispondendo in modo appropriato a ciascuno e ricordando poi l’esperienza per oltre due mesi. Il fiore chiude infatti le foglioline quando l’input è recepito come pericoloso e lo ricorda a distanza di tempo.

In effetti, sarebbe effettivamente un po’ presuntuoso presumere che l’intelligenza sia esclusivo appannaggio dell’uomo – e in minima parte degli animali – escludendo così l’enorme patrimonio verde esistente sulla Terra, costituente il 99% della biomassa con circa 4 milioni di specie stimate (di cui solo 350.000 conosciute).

Una presenza massiva

Tornando alle funzioni vegetali, anche le relazioni sociali e la comunicazione sono altre capacità prese in esame dagli studi più recenti  sui vegetali. Ad esempio, è stato dimostrato come attraverso molecole chimiche volatili le piante comunichino tra loro, avvisandosi reciprocamente soprattutto di eventuali pericoli incombenti e permettendosi così di difendersi. Come, direte voi? Le piante non possono certo scappare!

Questione di lingua

Eppure possono adottare stratagemmi che si rivelano comunque efficaci, come l’emanare un determinato odore poco gradito agli erbivori di turno. Linguaggi diversi non meno sofisticati di quelli usati dal mondo animale, ma decifrabili, sostiene Mancuso. Pensate che anche se priva di organi, una pianta può senza dubbio svolgere molte funzioni comuni agli animali, come respirare o dormire.

Pur non potendo spostarsi, poi, i vegetali hanno dimostrato di muoversi anche in modo molto intenso, e di aver affinato la propria percezione verso l’esterno molto più degli animali, rivelandosi così esseri estremamente sensibili

Il rapporto con le emozioni umane

All’orizzonte scientifico si è poi profilato un altro audace quesito: le emozioni umane possono incidere in qualche modo sulla pianta?

Per cercare di capirlo, al LINV hanno messo in piedi un interessante esperimento, mettendo piante di glicine a contatto con emozioni umane tra loro contrapposte. Queste ultime vengono veicolate attraverso tubi appositi come composti volatili. Le alterazioni a carico delle piante potranno così evidenziare l’eventuale nesso con le emozioni umane.

Il successo esistenziale del mondo vegetale, essendo così quantitativamente diffuso, è sotto gli occhi di tutti, afferma Mancuso: per questo risulta ancora più inconcepibile sottovalutarne l’importanza, anche in relazione all’uomo.



Programma di passeggiate e camminate pre-natalizie

L’autunno è ancora la stagione ufficiale fino al 21 dicembre, ma a chi di noi non sembra già di essere nel pieno dell’inverno? La notte più lunga che ci sia è ancora abbastanza lontana, eppure.. I primi gradi sotto zero e il buio sempre più incombente danno l’impressione di esser già immersi nella stagione più fredda.

Allora: qual’è il miglior antidoto a queste giornate fredde e corte? Uscire di casa; precipitarsi fuori a prendere quei preziosi raggi di sole che nelle ore centrali della giornata brillano e scaldano, dandoci una bella sferzata di energia.

Ho così pensato a dei brevi tragitti a piedi (un’ora mezza-due al massimo) da farsi nelle colline veronesi più vicine alla città (ma non per questo meno belle e interessanti) tre volte alla settimana, attingendo come sempre al benessere che viene dal contatto con la natura.

Gli itinerari si svolgono prevalentemente su stradine sterrate o sentieri per cui è necessario indossare scarpe sportive (da ginnastica con suola robusta o pedule).

*** Programma con orario e luoghi di ritrovo ***
Lun 03/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 05/12 ore 10:00 a Marano di Valpolicella (Malga Biancari)
Ven 07/12 ore 14:00 ad Avesa (piazza).

Lun 10/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 12/12 ore 10:00 a Marano di V. (Malga Biancari)
Ven 14/12 ore 14:00 ad Avesa (piazza)
Lun 17/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 19/12 ore 10:00 a Marano di V. (Malga Biancari)

Per info o per partecipare: 375.610.42.67 (anche whatsapp).
Quote: 3 euro adulti, gratis i bambini fino a 10 anni.
Vi aspetto


Avesa, tra storia e natura

Un tempo comune, Avesa è oggi un quartiere storico di Verona. Dolcemente disteso ai piedi dei primissimi rilievi lessinici, sembra sonnecchiare tranquillo al sole, regalato dalla fortunata esposizione a sud. Arrivati qui dalla città, si avverte subito la piacevole atmosfera di paese, ben diversa dalla frenesia del centro.

Dotato dei principali servizi, questo quartiere offre tanti angoli preziosi per camminare e respirare nella natura e nella quiete, ammirando ora i colori autunnali, ora le esplosioni cromatiche primaverili, tra uliveti, pareti rocciose e tanta vegetazione spontanea.

 

L’acqua del Lorì

Avesa natura e storia

La risorgiva Lorì, che tuttora sgorga in paese tra rogge e fontane, ha sempre reso fertile questa terra, permettendo ai vari ordini religiosi presenti almeno dal 1200 di ottenere ottimi raccolti.

Il torrente permetteva di macinare cereali e olive agli otto (e forse più) mulini della valle e, più recentemente (dal secolo scorso), ai “lavandari” di fare il bucato commissionato dai vari signorotti di Verona. L’attività lavandaia, di cui si ha notizia già nel 1500, si radicò molto ad Avesa ed è tuttora testimoniata da splendidi lavatoi.

Il Monte Ongarine e i SIC

Avesa natura e storiaLasciando il paese e prendendo una stradina che oltrepassa il “progno”, si può salire alle antiche cave del Monte Ongarine, da cui si estraeva la tipica roccia calcarea locale chiamata “pietra d’Avesa”, destinata ad usi edilizi e lapidei. Tutta la zona, fino ai vicini SIC (Sito di Importanza Comunitaria) Val Galina e Vajo Borago, è di grande importanza per le numerosissime testimonianze fossili del Paleogene, che hanno permesso studi approfonditi sulle forme di vita, sia marine sia terrestri, di quell’era.

Punto di arrivo di alcune vie di arrampicata sportiva, lo spazio antistante gli ingressi delle cave si affaccia meravigliosamente su Avesa, le Torricelle e Verona.

Anche il Monte Arzan, sull’altro versante, era oggetto di attività estrattiva, e verso la fine della seconda guerra mondiale fu teatro di una delle pagine più eroiche della storia locale, valsa agli avesani la medaglia d’oro al valor militare.

Avesa natura e storiaInsomma, un sito davvero ricco di bellezza e storia, in cui la vita dell’uomo si è intrecciata a quella di una vivace natura.

 

Un mare di plastica

un mare di plasticaIn questo ultimo periodo si sente spesso parlare di plastica, materiale sempre più diffuso, e del suo impatto ambientale. Ma quali sono le esatte proporzioni del problema? Fino a che punto e in quale modo si sta ripercuotendo sull’ambiente e gli esseri viventi? E quali alternative e prospettive abbiamo o potremmo avere?

A questi ed altri miei interrogativi sono riuscita a rispondere grazie al corso di aggiornamento Aigae, due giorni intensi con un esperto sull’argomento, Franco Borgogno (autore del libro “Un mare di plastica”). E’ stata una preziosa opportunità per avere un’ampia panoramica della situazione e per gettare uno sguardo anche sulle possibili soluzioni e alternative.

Il mare soffre da tempo

Qualcosa come trecentomila tonnellate di plastica galleggiano in mare, compromettendone pesantemente la vita. Se qualcuno non abita al mare potrebbe avere la sensazione che il problema non lo riguardi da vicino ma in realtà riguarda tutti indistintamente. Perché? Perché dal mare dipende la vita di tutti gli esseri viventi: grazie ad esso siamo forniti di acqua e di almeno il 50% dell’ossigeno che respiriamo. E non solo: leggete qui per capire quanto sia importante per la vita dell’uomo.

I ricercatori hanno scoperto che questo tipo di smog sta colpendo l’acqua in tutte le sue forme, ghiaccio compreso. Franco Borgogno ci parla infatti di una recente spedizione scientifica a cui ha partecipato in mar Artico organizzata dalla ong 5 Gyres durante la quale è stata rilevata una notevole presenza di plastica.un mare di plastica

Purtroppo la plastica che si nota in alcune spiagge o a pelo d’acqua, dove le correnti favoriscono più che in altre l’accumulo, è solo la punta dell’iceberg: il mare tende ad arenarla o affondarla.

Il più  forte impatto ambientale

“Inventata” nel 1862, la plastica è un materiale che ha segnato senz’altro una svolta importante nella vita dell’uomo. Nel continuare ad utilizzarlo però non si può continuare a prescindere dal suo impatto ambientale che, per le sue caratteristiche di durata, diffusione, volume e capacità di assorbimento, risulta essere il più invasivo.

un mare di plasticaMa che cosa può fare ciascuno di noi? Prima di tutto, non aspettare che il cambiamento venga dall’esterno. Quello che possiamo fare ogni giorno riducendo l’utilizzo della plastica, raccogliendola e differenziandola, ha un forte impatto positivo sull’ambiente. 

Non aspettiamo con le mani in mano che arrivino cambiamenti legislativi ed economici che invertano drasticamente questa rotta; potrebbe dipendere anche dal nostro comportamento. Cominciamo subito a compiere scelte quotidiane consapevoli, prese sulla base di informazioni corrette sul reale stato delle cose.

Le tre R

Raccogliere, differenziare e ridurre il consumo di plastica nella nostra quotidianità è di vitale importanza, così come acquisti e abitudini che tendono al al riuso, al riciclo e all’utilizzo di materiali alternativi.

un mare di plasticaGli esperti sottolineano che è importante cercare di ridurre il più possibile soprattutto la plastica monouso (ad esempio cannucce e bicchieri) e quella degli imballaggi, che non può essere riciclata.



Escursione in Altissimo

Per iniziare con grinta la stagione fredda, vi propongo per domenica 11 novembre questo itinerario, di livello escursionistico facile e adatto a tutti i camminatori dotati di un minimo di allenamento.

Immergendoci nei colori caldi della stagione, saliremo una delle vette più alte della catena del Baldo: il Monte Altissimo (2.079 m). In un ambiente di media montagna, percorreremo un sentiero molto panoramico, ammirando il lago di Garda da un punto di vista davvero spettacolare. Dalla cima si potrà godere di una magnifica vista anche sulle montagne più alte a nord (ad esempio l’Adamello) e non solo.

Il percorso è ad anello e presenta un dislivello contenuto (circa 650 m), partendo dalla località Bocca di Navene (1.425 m) intorno alle 9:00. Secondo i tempi standard dovremmo impiegare circa 4 ore andata e ritorno (viaggio escluso) ma ovviamente dipende dal passo dei partecipanti, fatto salvo qualsiasi inconveniente di altra natura.

L’equipaggiamento consigliato (e che gli escursionisti rodati oramai conosceranno ;)) è il seguente: scarponi da montagna, zaino con acqua e cibarie, piumino, giacca impermeabile, pile, berretto, guanti, maglia traspirante o cambio. Possibilità, per chi lo desidera, di fare una breve sosta al Rifugio Damiano Chiesa.
E’ consigliabile portare la macchina fotografica, essendoci molti punti d’interesse.
Siete invitati ad iscrivervi entro il 08/11/2018 chiamando il 375.610.42.67 o inviando un’email a sil.gambato@gmail.com. L’escursione sarà attivata al raggiungimento minimo di 5 partecipanti. Quota a testa: 15 € adulti – 10 € bambini fino a 10 anni. Qualora le previsioni meteo non fossero favorevoli, l’uscita potrà essere rimandata (nel caso vi foste iscritti, ne sarete informati al più tardi il giorno prima dell’escursione).
Per altre informazioni o indicazioni, chiamatemi o scrivetemi.
A presto!