Escursione ai covoli di San Donato, sui Monti Berici

Domenica 17 febbraio faremo un’escursione di circa 4 ore sui favolosi Colli Berici, con salita al Monte Tondo e ai covoli di San Donato di Villaga!

Ad aspettarci, sentieri immersi nella natura, incredibili antri un tempo abitati, un antico eremo, un Monte con ancora i segni della guerra… Un ambiente in cui i vari punti d’interesse celano molteplici significati, da quelli storico-culturali a quelli naturalistici.

Covoli di San Donato Villaga Colli Berici

Sembra strano ma in questo posto dall’atmosfera un po’ mistica sono ancora presenti segni del passaggio dei soldati che qui si stanziarono intorno al 1917. Dopo la disfatta di Caporetto, lo scopo era erigere un sistema difensivo avente, si suppone, un punto di addestramento. Vennero così costruite trincee e postazioni d’artiglieria mentre la chiesa dell’eremo di San Donato veniva adibita a cucina.

Molti anni prima, invece, il sito era stato un umile romitorio, la cui esistenza è documentata già a partire dal 1243. Vi si stabilirono dei frati ai quali qualche tempo dopo si unirono delle monache benedettine, guidate da una badessa. Isolati a 300 metri di altezza, i religiosi potevano vivere in profonda preghiera approvvigionandosi d’acqua presso una sorgente vicina.

Nell’Ottocento però le cose cambiarono radicalmente….

Ma non voglio dirvi di più! Venite a scoprirlo concedendovi una facile escursione nella natura che vi ricaricherà.

Ritrovo alle 9:00 presso il piazzale della Chiesa di Villaga

Lunghezza percorso: 8 km

Dislivello: intorno a 400 m

Durata: circa 4 ore

Costo: € 8,00 adulti, € 5,00 bambini.

Per info e iscrizioni, chiamare o mandare messaggio whatsapp al 375.610.42.67 o scrivere a sil.gambato@gmail.com

A presto! 🙂

Viaggio in Portogallo: Almada e i suoi dintorni

Cacilhas è un villaggio appartenente al comune di Almada, centro cittadino di circa 160.000 abitanti situato nel centro-sud del paese, sulla sponda sud del fiume Tejo, che qui forma un lago interno prima di sfociare nell’oceano Atlantico.

Attraversando il rio in traghetto o tramite ponte 25 Aprile è possibile arrivare in circa 10 minuti a Lisbona, la capitale, posta sulla riva opposta del fiume.

La tranquilla zona del porticciolo di Calcihas è caratterizzata da una rinomata varietà di ristoranti ed osterie che proseguono sulla via pedonale Candido dos Reis, in leggera salita fino alla città vecchia di Almada.

Qui i gentilissimi portoghesi cucinano sapientemente carne e pesce freschissimo e non solo: nelle numerose “pastelarias” (pasticcerie) preparano squisitezze dolci e salate sempre rigorosamente artigianali secondo la tradizione gastronomica locale. Ne sono un esempio il delizioso “pastel da nata”, dolcetto di pasta sfoglia ripieno di crema, e il pastel de bacalhau, farcito nientemeno che con il baccalà.

Lo stile dei locali in cui si mangia è generalmente semplice: qui brilla soprattutto l’accoglienza gentile, la qualità e la generosità dei piatti.

Lungo via Candido dos Reis, venendo dal porto, botteghine cariche di frutta e verdura fresche si affacciano sulla classica pavimentazione a ciottoli bianchi e neri, le casette basse, affiancate, dalle facciate decorate con la tipica piastrellatura (detta “azulejo”), e i serramenti bianchi. I piccoli poggioli in ferro battuto si sporgono appena dalle finestre e dalle porte finestre. Anche le chiese sono discrete, con tante raffigurazioni ad “azulejo” piuttosto che ad affresco.

Almada offre agli occhi dei visitatori anche il bel giardino del castello, con vista su Lisbona e il fiume Tejo, e il centro culturale Casa da Cerca, alla quale si può accedere da Cacilhas tramite comoda passeggiata lungo l’estuario.

La Casa da Cerca è sede di varie esposizioni, tra cui “A luta continua”: la storia degli ultimi 140 anni del Portogallo attraverso le illustrazioni storiche pubblicate su giornali e riviste del tempo. Dai contrasti sociali degli anni ‘20 alla fine del regime totalitario del 1974, i disegni esprimono, con metafore e simbolismi, alcuni nodi della realtà politica, sociale, etica e culturale che il popolo portoghese ha dovuto affrontare negli ultimi tempi.

Come il Castello, anche la Casa è arricchita da un bel giardino, che merita di essere visitato tanto quanto il giardino botanico, di cui una parte è allestita in serra. Qui è possibile scoprire molte piante leggendo le ampie note didattiche che ne illustrano chiaramente sia le caratteristiche sia gli usi e le lavorazioni: ad esempio il lino, il salice, il cotone, l’ulivo (da cui i portoghesi traggono un ottimo olio), il pino marittimo. Quest’ultimo fu piantumato abbondantemente nel XVIII da re D. Joao V nella zona oggi denominata “Mata dos Medos”, lungo Costa da Caparica, per proteggere le colture dell’entroterra dall’avanzare delle dune. (continua)

L’intelligenza delle piante

Che cosa potreste dire sulle piante, che bene o male ci circondano ovunque? 

Forse che sono esseri viventi passivi, addirittura inanimati, o comunque limitati…

Quante volte abbiamo usato o sentito l’espressione: “è un vegetale”, per indicare una persona priva di vitalità o che abbia perduto quasi del tutto le proprie facoltà.

In realtà le cose stanno diversamente; anzi, stando alle ultime scoperte scientifiche, sono proprio al contrario.

Dal libro “Plant revolution”, ultimo saggio dello scienziato fiorentino Stefano Mancuso, si evince bene il fatto che le piante non siano inferiori agli animali; anch’esse si difendono, si muovono, memorizzano, apprendono…risolvono problemi. E quest’ultima caratteristica è proprio quella che secondo Mancuso contraddistingue l’intelligenza. 

Le piante non hanno un cervello fisico come animali e uomini, eppure studi e sperimentazioni stanno dimostrando quanto siano comunque intelligenti.

Un esempio? La mimosa pudica, un fiore oggetto di sperimentazioni da parte del LINV, laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università degli Studi di Firenze capitanato dal biologo Stefano Mancuso, ha dimostrato di saper distinguere tra loro stimoli diversi, rispondendo in modo appropriato a ciascuno e ricordando poi l’esperienza per oltre due mesi. Il fiore chiude infatti le foglioline quando l’input è recepito come pericoloso e lo ricorda a distanza di tempo.

In effetti, sarebbe effettivamente un po’ presuntuoso presumere che l’intelligenza sia esclusivo appannaggio dell’uomo – e in minima parte degli animali – escludendo così l’enorme patrimonio verde esistente sulla Terra, costituente il 99% della biomassa con circa 4 milioni di specie stimate (di cui solo 350.000 conosciute).

Tornando alle funzioni vegetali, anche le relazioni sociali e la comunicazione sono altre capacità prese in esame dagli studi più recenti  sui vegetali. Ad esempio, è stato dimostrato come attraverso molecole chimiche volatili le piante comunichino tra loro, avvisandosi reciprocamente soprattutto di eventuali pericoli incombenti e permettendosi così di difendersi. Come, direte voi? Le piante non possono certo scappare!

Eppure possono adottare stratagemmi che si rivelano comunque efficaci, come l’emanare un determinato odore poco gradito agli erbivori di turno. Linguaggi diversi non meno sofisticati di quelli usati dal mondo animale, ma decifrabili, sostiene Mancuso. Pensate che anche se priva di organi, una pianta può senza dubbio svolgere molte funzioni comuni agli animali, come respirare o dormire.

Pur non potendo spostarsi, poi, i vegetali hanno dimostrato di muoversi anche in modo molto intenso, e di aver affinato la propria percezione verso l’esterno molto più degli animali, rivelandosi così esseri estremamente sensibili

All’orizzonte scientifico si è poi profilato un altro audace quesito: le emozioni umane possono incidere in qualche modo sulla pianta?

Per cercare di capirlo, al LINV hanno messo in piedi un interessante esperimento, sottoponendo dei glicini, attraverso tubi appositi, al contatto con emozioni umane tra loro contrapposte veicolandone i composti volatili a piante diverse. Le loro alterazioni potranno evidenziarne l’eventuale nesso.

Il successo esistenziale del mondo vegetale, essendo così quantitativamente diffuso, è sotto gli occhi di tutti, afferma Mancuso: per questo risulta ancora più inconcepibile sottovalutarne l’importanza, anche in relazione all’uomo.

Programma di passeggiate e camminate pre-natalizie

L’autunno è ancora la stagione ufficiale fino al 21 dicembre, ma a chi di noi non sembra già di essere nel pieno dell’inverno? La notte più lunga che ci sia è ancora abbastanza lontana, eppure.. I primi gradi sotto zero e il buio sempre più incombente danno l’impressione di esser già immersi nella stagione più fredda.

Allora: qual’è il miglior antidoto a queste giornate fredde e corte? Uscire di casa; precipitarsi fuori a prendere quei preziosi raggi di sole che nelle ore centrali della giornata brillano e scaldano, dandoci una bella sferzata di energia.

Ho così pensato a dei brevi tragitti a piedi (un’ora mezza-due al massimo) da farsi nelle colline veronesi più vicine alla città (ma non per questo meno belle e interessanti) tre volte alla settimana, attingendo come sempre al benessere che viene dal contatto con la natura.

Gli itinerari si svolgono prevalentemente su stradine sterrate o sentieri per cui è necessario indossare scarpe sportive (da ginnastica con suola robusta o pedule).

*** Programma con orario e luoghi di ritrovo ***
Lun 03/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 05/12 ore 10:00 a Marano di Valpolicella (Malga Biancari)
Ven 07/12 ore 14:00 ad Avesa (piazza).

Lun 10/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 12/12 ore 10:00 a Marano di V. (Malga Biancari)
Ven 14/12 ore 14:00 ad Avesa (piazza)
Lun 17/12 ore 14:00 a Quinzano (di fronte al municipio)
Mer 19/12 ore 10:00 a Marano di V. (Malga Biancari)

Per info o per partecipare: 375.610.42.67 (anche whatsapp).
Quote: 3 euro adulti, gratis i bambini fino a 10 anni.
Vi aspetto

Avesa, tra storia e natura

Un tempo comune, Avesa è oggi un quartiere storico di Verona; dolcemente disteso ai piedi dei primissimi rilievi lessinici, sembra sonnecchiare tranquillo al sole, regalato dalla fortunata esposizione a sud. Arrivati qui dalla città, si avverte subito la piacevole atmosfera di paese, ben diversa dalla frenesia del centro.

Dotato dei principali servizi, questo quartiere offre tanti angoli preziosi per camminare e respirare nella natura e nella quiete, ammirando ora i colori autunnali, ora le esplosioni cromatiche primaverili, tra uliveti, pareti rocciose e tanta vegetazione spontanea.

La risorgiva Lorì che tuttora sgorga in paese, tra rogge e fontane, ha sempre reso fertile questa terra, permettendo ai vari ordini religiosi già presenti nel 1200 di ottenere ottimi raccolti da orti e campi.

Il torrente permetteva di macinare cereali e olive agli otto (e forse più) mulini della valle e, più recentemente (dal secolo scorso), ai “lavandari” di fare il bucato commissionato dai vari signorotti di Verona. L’attività lavandaia, di cui si ha notizia già nel 1500, si radicò molto ad Avesa ed è tuttora testimoniata da degli splendidi lavatoi.

Lasciando il paese e prendendo una stradina che oltrepassa il “progno”, si può salire alle antiche cave del Monte Ongarine, da cui si estraeva la tipica roccia calcarea locale chiamata “pietra d’Avesa”, destinata ad usi edilizi e lapidei. Tutta la zona, fino ai vicini SIC (Sito di Importanza Comunitaria) Val Galina e Vajo Borago, è di grande importanza per le numerosissime testimonianze fossili del Paleogene, che hanno permesso studi approfonditi sulle forme di vita, sia marine sia terrestri, di quell’era.

Punto di arrivo di alcune vie di arrampicata sportiva, lo spazio antistante gli ingressi delle cave si affaccia meravigliosamente su Avesa, le Torricelle e Verona.

Anche il Monte Arzan, dall’altra parte, era oggetto di attività estrattiva, e verso la fine della seconda guerra mondiale, fu teatro di una delle pagine più eroiche della storia locale, valsa agli avesani la medaglia d’oro al valor militare.

Insomma, un sito davvero ricco di bellezza e storia, in cui la vita dell’uomo si è intrecciata ad una natura vivace.

Un mare di …?

In questo ultimo periodo si sente spesso parlare di plastica, materiale sempre più diffuso, e del suo impatto ambientale. Ma quali sono le esatte proporzioni del problema? Fino a che punto e in quale modo si sta ripercuotendo sull’ambiente e gli esseri viventi? E quali alternative e prospettive abbiamo o potremmo avere?

A questi e tanti altri interrogativi sono riuscita a rispondere grazie alle informazioni ricevute durante il corso di aggiornamento Aigae del 17 e 18 ottobre 2018: due intensi giorni con un esperto sull’argomento, Franco Borgogno (autore del libro “Un mare di plastica”), che ha fornito una vasta panoramica della situazione, suffragata da dati e prove scientifiche, ed uno sguardo sulle possibili soluzioni e alternative.

Qualcosa come trecentomila tonnellate di plastica galleggiano in mare, compromettendone pesantemente la vita. Se qualcuno non abita al mare potrebbe avere la sensazione che il problema non lo riguardi da vicino ma in realtà riguarda tutti indistintamente perché dal mare dipende la vita di tutti gli esseri viventi: grazie a lui siamo forniti di acqua e di almeno il 50% dell’ossigeno che respiriamo. E non solo: qui il dettaglio della sua fondamentale importanza.

I ricercatori hanno scoperto che questo tipo di smog sta colpendo l’acqua in tutte le sue forme, ghiaccio compreso: Franco Borgogno ci parla di una recente spedizione scientifica in Artico organizzata dalla ong 5 Gyres a cui ha partecipato durante la quale, con la “manta troll” (strumento), è stata rilevata una notevole presenza di plastica.

Purtroppo la plastica che si nota in alcune spiagge o a pelo d’acqua, dove le correnti favoriscono più che in altre l’accumulo, è solo la punta dell’iceberg: il mare tende ad arenarla o affondarla.

“Inventata” nel 1862, la plastica è un materiale che ha segnato senz’altro una svolta importante nella vita dell’uomo, ma nell’utilizzarlo non si può continuare a prescindere dal suo impatto ambientale che, per le sue caratteristiche di durata, diffusione, volume e capacità di assorbimento, risulta essere il più devastante.

Ma che cosa può fare ciascuno di noi? Prima di tutto, non aspettare che il cambiamento venga dall’esterno. Quello che possiamo fare ogni giorno riducendo l’utilizzo della plastica, raccogliendola e differenziandola, ha un forte impatto positivo sull’ambiente. 

Non aspettiamo con le mani in mano che arrivino cambiamenti legislativi ed economici che invertano drasticamente questa rotta; potrebbe dipendere anche dal nostro comportamento. Cominciamo subito a compiere scelte quotidiane consapevoli, prese sulla base di informazioni corrette sul reale stato delle cose.

Raccogliere, differenziare e ridurre il consumo di plastica nella nostra quotidianità è di vitale importanza, così come acquisti e abitudini che tendono al al riuso, al riciclo e all’utilizzo di materiali alternativi.

Gli esperti sottolineano che è importante cercare di ridurre il più possibile soprattutto la plastica monouso e quella degli imballaggi, che tra l’altro non possono essere riciclate.

Escursione in Altissimo

Per iniziare con grinta la stagione fredda, vi propongo per domenica 11 novembre questo itinerario, di livello escursionistico facile e adatto a tutti i camminatori dotati di un minimo di allenamento.

Immergendoci nei colori caldi della stagione, saliremo una delle vette più alte della catena del Baldo: il Monte Altissimo (2.079 m). In un ambiente di media montagna, percorreremo un sentiero molto panoramico, ammirando il lago di Garda da un punto di vista davvero spettacolare. Dalla cima si potrà godere di una magnifica vista anche sulle montagne più alte a nord (ad esempio l’Adamello) e non solo.

Il percorso è ad anello e presenta un dislivello contenuto (circa 650 m), partendo dalla località Bocca di Navene (1.425 m) intorno alle 9:00. Secondo i tempi standard dovremmo impiegare circa 4 ore andata e ritorno (viaggio escluso) ma ovviamente dipende dal passo dei partecipanti, fatto salvo qualsiasi inconveniente di altra natura.

L’equipaggiamento consigliato (e che gli escursionisti rodati oramai conosceranno ;)) è il seguente: scarponi da montagna, zaino con acqua e cibarie, piumino, giacca impermeabile, pile, berretto, guanti, maglia traspirante o cambio. Possibilità, per chi lo desidera, di fare una breve sosta al Rifugio Damiano Chiesa.
E’ consigliabile portare la macchina fotografica, essendoci molti punti d’interesse.
Siete invitati ad iscrivervi entro il 08/11/2018 chiamando il 375.610.42.67 o inviando un’email a sil.gambato@gmail.com. L’escursione sarà attivata al raggiungimento minimo di 5 partecipanti. Quota a testa: 15 € adulti – 10 € bambini fino a 10 anni. Qualora le previsioni meteo non fossero favorevoli, l’uscita potrà essere rimandata (nel caso vi foste iscritti, ne sarete informati al più tardi il giorno prima dell’escursione).
Per altre informazioni o indicazioni, chiamatemi o scrivetemi.
A presto!

Le magie del Rosengarten

Spiriti Liberi info Le magie del Rosengarten Catinaccio escursioni itinerari e luoghiCi sono valli alpine che svelano i propri tesori al primo sguardo, togliendo subito il fiato, ed altre che li serbano ad occhi più pazienti, in un susseguirsi di sorprese inaspettate.

La Valle di Tires, così ripida nella sua stretta incisione fluviale, dà tuttavia una sensazione di grande stabilità, con le rade e ben curate case, le fattorie, la piazzetta graziosa e ben illuminata e i moderni alberghi che la arricchiscono senza stravolgerla.

Anche qui, tutto procede con l’equilibrio apparentemente perfetto tipico delle località altoatesine.

Il silenzio profondo che si osserva in parecchie ore della giornata trasporta in un’atmosfera che sembra sospesa e che per noi, abitanti del chiasso cittadino, pare quasi irreale.

Appena arrivati, è d’obbligo sgranchirsi le gambe con un bel giretto nei dintorni; imboccando il sentiero n. 4, nelle vicinanze della chiesa parrocchiale, si sale a San Sebastiano (un’oretta di cammino) e si arriva poco dopo al laghetto di Wuhnleger, popolato da variopinte libellule, dal quale si gode una vista stupenda e piena del mitico gruppo del Catinaccio, altrimenti detto Rosengarten (ovvero “il giardino di Re Laurino”).

Volendo si può proseguire fino al Rifugio Tschafon (1h15) e poi salire a cima Volsegg (altri 20’).

Date le condizioni meteo poco promettenti, decidiamo di rientrare; recupereremo l’indomani con una bellissima escursione al lago di Carezza

Famoso in tutto il mondo per la sua immagine davvero fiabesca, il lago di Carezza deriva il suo nome da una famiglia di piante – le Caricacee – che popolano le sue sponde ma esiste anche una leggenda che spiega l’origine del suo aspetto..

Sembra che nelle sue acque vivesse una sirenetta (nei periodi più freddi dell’anno è ancora possibile scorgerla) della quale si era innamorato uno stregone. Questi, pur di riuscire a conquistarla, chiese aiuto ad una strega, che gli suggerì di travestirsi da venditore di gioielli e di stendere un arcobaleno di brillanti dal Catinaccio al Latemar. Questo avrebbe dovuto attirarla, e così accadde: di fronte a quel meraviglioso tappeto di colori, la sirenetta sbucò fuori ma riconoscendo il mago, che aveva dimenticato di camuffarsi, si inabissò nell’acqua. Lo stregone, infuriato, strappò arcobaleno e gioielli dal cielo scaraventandoli nel lago, dove tuttora sono ben visibili…

Avvicinabile solo nei limiti dello steccato, il bel verde smeraldo del lago, con le immagini riflesse degli abeti e delle vette, incanta lo sguardo e merita di essere ammirato da tutte le angolazioni.

Arrivando alla mattina presto, possiamo goderne facendo foto completamente indisturbati, godendo lo spettacolo dei raggi di sole che via via ne cambiano i colori.

La foresta del Latemar in cui il lago è immerso merita senz’altro di essere scoperta. E’ composta perlopiù da abeti bianchi e rossi che, con il loro ampio spettro di suoni e timbri, hanno offerto per secoli il loro legno a strumenti musicali come il violino.

Nel sottopassaggio tra il parcheggio e il lago, è allestito un simpatico modo per sperimentare e udire la voce del cosidetto ”abete di risonanza”.

Tornando al sentiero nel bosco, seguendo le indicazioni per il laghetto di mezzo (sentiero 12), raggiungiamo anche la radura di mezzo (11), avvicinandoci sempre più al massiccio del Latemar, fino a che i prati finiscono e comincia il “labirinto”: un suggestivo percorso tra le rocce, perlopiù magmatiche, che corre quasi alla base della montagna. Tra questi passaggi così suggestivi, incappiamo ad ogni passo in molte pietre diverse: geoidi, tufi basaltici, fossili di corallo, quarzi..

Era quasi inevitabile: qui ci troviamo nell’area 7 del sistema Dolomiti Unesco, caratterizzata da una grande varietà di rocce per le quali il Latemar può essere considerato un atollo fossile.

Discendiamo con calma ammirando ogni scorcio e lasciandoci riabbracciare dalla foresta del Latemar e dalla sua magica atmosfera.

La diga del Vajont oggi: lo spettacolo di una catastrofe

E’ da tempo che vorrei tornare in questa zona, vista quasi di sfuggita nelle occasioni precedenti ma che mi ha lasciato, per quel poco che ho visto, del tutto affascinata e soprattutto molto invogliata a scoprirla di più. In realtà, forse è proprio il fatto che un luogo ci sia piaciuto molto, a prescindere da quanto ne abbiamo visto, a lasciarci la sensazione di non averne avuto abbastanza, un po’ come l’inesauribile nostalgia di tempi felici eppure pienamente vissuti…
Dopo aver attirato anche il mio compagno nella mia intenzione di tornare nelle Dolomiti Friulane, richiamo velocemente alla memoria un paio di tappe appetibili in zona e partiamo così alla volta di Cimolais. Il Campanile di Val Montanaia, arrampicato diversi anni prima in giornata e situato proprio in una valle laterale della val Cimoliana, mi è improvvisamente tornato alla memoria: questo spettacolare spuntone dolomitico, dalla sagoma imponente, mai mi apparve più inafferrabile come alla fine del sentiero di avvicinamento, che tuttavia portò me e i miei compagni di cordata a scalarlo.
Mi sovviene così anche il ricordo della diga del Vajont, nella stessa zona, a cui il mio amato vorrebbe dare un’occhiata.

La diga, rimasta pressoché intatta, è divenuta tristemente famosa non solo per la catastrofe avvenuta quando un versante del monte Toc franò nel bacino omonimo, provocando la gigantesca onda d’acqua che riversandosi a valle causò la morte di 2.000 persone, ma anche come caso di studio geologico.
Non c’è possibilità di parcheggio al di fuori degli spazi a pagamento per cui decidiamo che la nostra occhiata sarà ancora più veloce del previsto. L’atmosfera, per quanto ci siano intorno solo turisti, è un po’ desolata.
Dopo pochi passi nel piccolo piazzale, attrezzato con punto di ristoro e qualche bancarella che vende libri e documenti sulla tragedia, ci accorgiamo delle bandierine tibetane fissate lungo il perimetro. La loro visione, con i colori vivaci che si agitano al vento, regala una nota di allegria. Subito dopo però la lugubre scoperta: su ciascuna di esse sono riportati il nome e l’età di bambini deceduti; inorriditi, ne guardiamo alcune, notando il gran numero di bandierine utilizzate… purtroppo, nella catastrofe del 9 ottobre del 1963, morirono 487 bambini e ragazzi sotto i 15 anni.
Ci avviciniamo poi all’ingresso alla diga, pensando sia libero come al tempo in cui mi ci recai io la prima volta: “Questa diga di morti ne ha fatti già abbastanza per cui ora la si può percorrere solo con la guida”, ci comunica gentilmente il ragazzo accanto al cancelletto, anticipando le nostre domande. Da quanto ci racconta, sembra che ci siano stati un paio di suicidi nei dintorni, e per motivi di sicurezza ora l’accesso è regolamentato. Persone non indigene, che provenivano anche da regioni piuttosto lontane. Ma perché recarsi proprio lì per farla finita?
Un’intuizione si collega alla sensazione provata appena scesa: un luogo in cui sembra essersi congelata la morte, mantenuta da un’evocazione continua.
La guida ci invita a fare qualche passo avanti verso la diga, fin dove possiamo arrivare senza superare l’ingresso, e così scorgo in lontananza alcune persone in visita: turisti, qualche ragazzo saltellante e giovani imbragati (poco distante è stata attrezzata anche una via ferrata).
Sembra si tratti a tutti gli effetti di un’attrazione turistica, anche se il solo pensarlo appare orribile.
Mi auguro possa risultare davvero utile, come monito ai valori universali, il richiamare così fortemente alla memoria una catastrofe che ha portato tanto orrore in una vallata tuttora pulsante.
Forse accennava a questo l’espressione “(…) gli sciacalli del Vajont (…)” scritta su un muro della vecchia Erto.
Osservo la natura scombussolata lì intorno, che da allora non ha mai smesso di rinverdire e prendersi nuovo spazio.

“Una montagna con sopra un lupo è una montagna più alta” (Edward Hoogland)

Quella di domenica 6 maggio scorso, presso Villa Quaranta di Pescantina, è stata una conferenza per molti versi illuminante: non tanto perché avrebbe fornito – utopisticamente – un’approfondita conoscenza del grande carnivoro, anche se non sono mancati molti interessanti ragguagli sulla sua natura, quanto perché ha penetrato il più ampio scenario in cui si colloca, fornendo molti stimoli e spunti utili a capire.

Un contesto che coinvolge vari aspetti, da quello naturalistico-ambientale a quello sociale, culturale ed economico, efficacemente affrescati dai relatori presenti e ben organizzati in un unico confronto. 

Innanzitutto, giova ricordare un dato fondamentale emerso: il genoma del Canis lupus Italicus (diffuso soprattutto in Appennino) è unico al mondo, ed è una sottospecie di grande successo ecologico – dovuto alla sua estrema adattabilità – che contribuisce in modo importante al mantenimento della biodiversità.

Dopo la sintetica ma emozionata apertura del presidente dell’associazione Gruppo cinofilo Verona Romano Sparapan – che sentendo “il richiamo del lupo” ha voluto organizzare l’evento – e la carrellata di meravigliose immagini di Silvano Paiola, che da 6 anni fotografa i lupi in Lessinia, è stato possibile ascoltare un esperto di fauna selvatica (di grandi predatori in particolare) come Giorgio Boscagli, autore del primo libro sul lupo, risalente al 1985.

Anche se fino all’estremo oriente era diffusa fin dall’antichità la credenza per cui il lupo avesse un’origine malefica, mentre in un tempo non troppo remoto, in alcune aree, i “lupari” erano visti come benefattori, oggi è ben chiaro il fatto che l’estinguersi del lupo recherebbe un grave danno all’intero patrimonio naturale collettivo.

Francesco Mezzatesta, ornitologo, afferma che in Italia purtroppo “non c’è la cultura della natura”, che andrebbe promossa fin dalla scuola elementare con passeggiate outdoor volte a conoscere la biodiversità attraverso l’osservazione (biowatching).

Ma poi, a fronte dei tanti presunti o reali danni causati dal lupo, spesso molto enfatizzati dai mass media, siamo sicuri che i cinghiali non rechino danni peggiori?

Attenzione quindi alle cosiddette fake news che, toccando tutti gli argomenti, imperversano nel web e non solo: le notizie pubblicate spesso non sono state verificate. E alimentano false credenze, ad esempio l’idea che i lupi preferiscano predare gli animali domestici o bestiame (l’esame delle feci dimostra il contrario) o che siano pericoloso per l’uomo, quando non v’è notizia di attacchi dal 1800.

Ridurre il numero di lupi, inoltre, uccidendo eventualmente capibranco, potrebbe destrutturare i branchi, i cui componenti, non più guidati nella caccia agli erbivori, potrebbero indirizzarsi verso gli animali domestici. Nei branchi vige infatti una gerarchia precisa, finalizzata alla sopravvivenza.

E’ dal 1976 che il lupo è specie protetta, scampata all’estinzione grazie alla continuità di presenza negli Appennini in regioni come abruzzo, calabria e basilicata, dove anche per questo motivo è maggiormente accettato come parte integrante del territorio.

Ma eccoci tornare ai giorni nostri, e soprattutto “a casa nostra”: in Lessinia, la coppia Slavc-Giulietta si forma nel 2012; i branchi stimati su tutte le alpi italiane sono 47 su un totale di 70 in tutte le alpi.

Le difficoltà e i grattacapi dagli allevatori della Lessinia trovano una portavoce in Silvia Montanaro, giovane pastora errante di pecore che dichiara decisamente quanto il lupo, tra gli allevatori come lei, “faccia rabbia piuttosto che paura”. E cerca di mettere il pubblico nei panni di chi, come lei, per lavorare ora deve fare “doppia fatica”, inclusa quella di imparare ad utilizzare i presidi, seppure forniti gratuitamente, da Life Wolfalps.

Evidente è che sussiste un gap culturale richiedente un adeguamento a nuove condizioni ed una maggior fatica, come fa notare il veterinario Mario Andreani, illustrando le notevoli differenze tra la zootecnia appenninica e quella lessinica. Nella prima, le perdite sono esigue, nonostante il grande numero di ovini e bovini.  Ciò non toglie che, per quanto il nuovo onere possa ritenersi impressionante, si tratti oramai di un processo naturale inarrestabile.

Tutti d’accordo nel ribadire che la tutela del lupo passa per quella delle attività di allevamento, come ribadisce Renato Semenzato, biologo del progetto Life Wolfalps, il quale testimonia con soddisfazione la fruttuosa assistenza fornita a tanti allevatori aiutati nell’allestire recinti a misura delle proprie esigenze personali. E invita a non stupirsi del ritorno del lupo in Lessinia, che con la sua vasta prateria costituisce quasi una tavola imbandita per un grande predatore: in fin dei conti, a 20 km da Trieste o in periferia a Bologna, il lupo non ha mai smesso di aggirarsi.

Le situazioni degli allevatori sono sicuramente molto diversificate, e a questo si aggiunge, purtroppo, un deficit di comunicazione che crea un muro anti-conoscenza, tant’è che è solo nel 2016 che sono stati installati i primi presidi anti-lupo.

Secondo Semenzato, la Lessinia è quasi un unicum a livello nazionale, con i suoi 5000/6000 all’alpeggio; ma la soluzione a quanto pare c’è, va solo spinta, stando al fianco degli allevatori.